• sabato , 26 Settembre 2020

I viaggi della speranza

Il mese scorso Papa Francesco è giunto a Lampedusa dove lo attendeva una folla di dieci mila persone.

Prima di scendere sul molo, ha deposto in mare una corona di fiori per ricordare i migranti morti in mare.

Ciò che ha spinto il Papa a scegliere proprio quest’isola come sua prima tappa è stata la notizia degli ”immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte” .

Iniziato in forme lievi dagli anni ’70 agli anni ’80, il fenomeno dell’immigrazione, successivamente, nonostante le restrizioni, è diventato consistente e continuo.

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La provenienza è stata e si è mantenuta varia: la maggior parte degli emigranti proviene dal continente centro-nord africano, dal sudest asiatico e dalla Cina; in seguito, non interrompendosi, il flusso negli anni è diminuito lievemente, lasciando spazio all’immigrazione dell’Europa orientale e dei paesi slavi. Sempre più presenti sono coloro che provengono dall’ex-Iugoslavia, dall’Albania e dalla Romania; ma hanno incominciato ad affluire anche turchi, e in maniera consistente sud-americani, dai vari paesi dell’America Latina. Comunque attualmente la maggior parte proviene dall’Africa e si calcola che nei viaggi della speranza dall’Africa all’Europa negli ultimi 20 anni abbiano perso la vita in mare al meno 25mila persone.

E’ gente povera che fugge dalla propria terra per motivi politici ed economici; parte dal proprio paese con la speranza di andare in un posto migliore, fuggire dalla propria patria poiché qualcosa o qualcuno le impedisce di poter vivere un’esistenza che si possa ritenere felice.

Nella loro terra  la vita è impossibile ma, nel viaggio, in quel lungo viaggio che dovrebbe portare alla salvezza, molti non arrivano a destinazione; molti muoiono annegati perché cadono dai bordi del barcone stracolmo, altri per soffocamento per il troppo affollamento; alcune donne incinte perdono i bambini, altre muoiono con essi.

Sono molte le tombe a Lampedusa che hanno lapidi senza nomi: tutto ciò che rimane sono croci di legno e  tumoli di terra .

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Chi invece arriva a destinazione viene emarginato, molti non riescono a trovare un lavoro, sono costretti a chiedere l’elemosina o a fare lavori disonesti.

Altri, in particolare le donne, sono terrorizzati dalla violenza, che hanno visto molte volte, già nel loro paese.

L’accoglienza degli abitanti è generosa, ma gli immigrati sono costretti a cercare la propria strada da soli, strada più difficile da quando l’Italia soffre di una grave crisi economica: il sogno di una vita migliore il più delle volte si infrange così contro la dura realtà. Criminalità e prostituzione sono i “mali” che attirano i più deboli; fatica, lavoro sottopagato, discriminazione razziale sono il quotidiano.

Vale la pena fuggire dalla propria terra?

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