• mercoledì , 18 luglio 2018

La difficoltà di chiedere scusa

“Macchè bullismo. Macchè violenze. E’ stato uno scherzo. Forse pesante, ma comunque uno scherzo.” Perché mio figlio non può essere un bullo.

Parole sussurrate nei cortili della scuola. Urlata di fronte al preside. Stampate e osannate.

Mio figlio.

E le parole che dovrebbero nascondere il senso di un legame, il riflesso dell’amore incondizionato che si prova nei confronti delle proprie creature, perdono il loro valore, rifuggendo il senso educativo dell’essere genitori.

Perché quello che più colpisce del bullismo inflitto ad un ragazzino del liceo è l’insulsa volontà di proteggere quell’idea che si ha del proprio figlio. Senza avere il coraggio di vedere la realtà dietro la maschera e di accettare la verità che si nasconde dietro un 4 di condotta.

È dunque inattaccabile la decisione della scuola di “punire” quegli alunni che hanno denudato e denigrato un loro compagno ubriaco (persino con l’ingenuo ardire di filmare il tutto e con il malefico intento di diffondere il video tra gli amici e soprattutto i compagni di istituto). Questo perché se la scuola vuole essere sul serio “la buona scuola” tanto auspicata da Renzi, non deve solo risolvere le problematiche economiche e di organizzazione interna, ma deve anzitutto riscoprire il suo ruolo educativo. Quella responsabilità che si assume rivestendo un ruolo fondamentale nella crescita del ragazzo di pari passo con il contesto famigliare.

E in questo modo il bagaglio culturale che viene trasmesso si prefissa un nuovo importante obiettivo: quello di svelare le barbarie di un sopruso e l’ignominia dell’inetto.

Perché di inettitudine si tratta (e non troviamo definizione più appropriata). Perché ragazzi di 15/16 anni nel compiere un atto di questo tipo, tra le caramelle riverse sul corpo del compagno e la ceretta inflitta come peggior condanna dell’essere non particolarmente sobrio, non potevano che essere consapevoli di ogni istante di quella serata. Presenti. Decisi nel compiere un atto del genere. E la condivisione del video è la riprova del loro volere.

Eppure pochi giorni dopo il misfatto, accusati pubblicamente, quegli stessi ragazzi che si innalzavano come “grandi” di fronte al compagno riverso nella vasca da bagno, corrono ad aggrapparsi alle sottane dei genitori. Che da degni educatori prendono le loro difese.

Le argomentazioni a difesa del proprio pargolo sono molteplici: dal “si tratta di un semplice scherzo forse un po’ troppo le righe” all’“in questo modo verranno bocciati. Una sanzione del genere è troppo pesante” (senza tener conto del fatto che persino il ragazzo che è stato il soggetto di questo atto di bullismo ha anche lui preso 5 in condotta per il suo essere ubriaco)

E c’è chi non si ferma qui: un genitore ha fatto ricorso, perché suo figlio non ha fatto nulla in quelle due ore, e un altro che ha direttamente fatto un cambio di scuola.

Peccato che talvolta la sola presenza, il solo silenzio di fronte ad atti violenti sia effettivamente una colpa, che la si voglia riconoscere o meno. Si tratta di omertà. Sì, proprio quella strana parola che ricolleghiamo al mondo della mafia e dei grandi delitti.

E’ l’incapacità di non farsi sottomettere dalla maggioranza, schierandosi con chi ne ha più bisogno.

Mi dispiace dunque, ma inevitabilmente se vogliamo che in primis i fenomeni mafiosi siano eliminati, deve passare un messaggio educativo che non permetterà né a noi, né alla generazione del futuro di lasciarci determinare dalla paura di contrastare un fatto evidentemente ingiusto.

Siamo i primi a marciare contro gli attentati con tanto di cartelli. Noi, gli intrepidi. Che sfidiamo tutti coloro che ci vogliono sottrarre la libertà di parola o di stampa. Noi che però nel nostro piccolo non siamo in grado di ammettere la verità che ci scorre sotto gli occhi, fatta di limitati ma continui soprusi. Noi che perdoniamo un “piccolo inconveniente” e chiediamo una diminuzione della pena.

E Loro che oggi chiedono qualcosa di meno e puntano il dito sulla scuola e i professori, senza rendersi conto del male che fanno proprio a quelle persone che vogliono difendere. Perché senza consapevolezza non c’è crescita. Non c’è maturità e infine capacità di educare quelli che saranno i loro figli. Non si lamentino dunque per i tempi che cambiano. Perché “non c’è più democrazia” o sono scomparsi i bei tempi antichi in cui tutto ciò non era nemmeno immaginabile.

Perché la causa di questa incertezza morale, di questo degrado etico che inizia già a spodestare i grandi ideali platonici si rivela nella difesa incallita.

Nel non volere accettare la verità cercando dei mezzi che effettivamente facciano comprendere la gravità di un fatto come quello capitato in una semplice gita a Roma.

Nel non voler chiedere scusa.