• mercoledì , 18 luglio 2018

La guerra dell’odio

Martedì 26 luglio alle 9:43 due ragazzi fanno irruzione nella chiesa di Saint Etienne Du Rouvray uccidendo il parroco padre Jacques. Maria Velardita, la sacrestana, lo descrive come un uomo solitario, timido, che voleva fare il prete fino alla fine e per questo si rifiutava di andare in pensione nonostante i suoi 86 anni. Nella chiesa c’erano altre tre suore e due fedeli. Danielle, una delle suore, riesce a fuggire lanciando così l’allarme. La popolazione di Saint-Etienne non può crederci. Johanna Torrent, commessa in un negozio, dice: “Mi immaginavo che gli attentati potessero avvenire solo nelle città più grandi, ma non qui da noi”. Effettivamente a Saint-Etienne ci sono solo  28.000 abitanti. La reazione della popolazione rischia di essere l’odio: alcuni stanno già puntando il dito sulle troppe djellaba (tuniche arabe) che si vedono in giro negli ultimi tempi.

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Uno dei due killer è un giovane di 19 anni, identificato come Adel Kermiche. Nato e vissuto a Saint-Etienne du Rouvrayin una elegante villetta con giardino. I suoi coetanei lo descrivono come un ragazzo solare, allegro, addirittura fifone. Il cambiamento è improvviso, la fonte i social network, la motivazione incomprensibile. Infatti, in seguito all’attentato nella redazione di Charlie Hebdo, inizia a seguire i profili jihadisti sui social network e ne è come stregato. Difficile comprendere come in una situazione così armoniosa come sembra essere stata la vita di Adel, l’Isis abbia potuto innestare le proprie radici. Adel, prima di compiere quel folle gesto, di certo era cosciente che lì avrebbe perso la sua vita. E’ morto sul sagrato della chiesa, dopo aver sgozzato il prete gridando “Allah Akbar”, frase che sembra indirizzare tutto questo folle gesto in un dono disperato di se stesso ad Allah. Mentre nel caso del camionista di Nizza l’Isis ha fatto leva sulla depressione di un uomo, qui invece sembra avere manipolato il desiderio di Dio di questo ragazzo di 19 anni.

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L’efferato attacco nella Chiesa di Saint-Etienne cela la strategia dell’Isis di innescare una guerra nei nostri paesi in maniera analoga a quanto gli è riuscito in Iraq e Siria. Per gli assassini di Hamel non c’è alcuna distinzione fra chiese, moschee sciite, sinagoghe… portare la distruzione nei luoghi di culto di musulmani corrotti, infedeli, crociati ed ebrei è la loro missione. L’Isis che dichiara voler vedere sventolare la bandiera del Califfato su Roma ha obbiettivi che non conoscono limiti territoriali. Desiderano alimentare una guerra di religione e traggono forza dall’odio che generano dagli attentati. Come hanno manipolato Adel e il camionista di Nizza, mirano a manipolare tutti noi suscitando il nostro odio e noi, cadendo nella trappola, commettiamo un errore altrettanto grave di quello commesso dal camionista e da Adel. Infatti la nostra aggressività permette all’Isis di metterci all’ indice come nemico rafforzando così i propri seguaci e alimentando la guerra, una guerra che sta causando migliaia di vittime.

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Se Al Baghdadi punta ad innescare lo scontro di civiltà, è responsabilità di ciascuno di noi non permettergli di manipolare i nostri sogni, la nostra tristezza, la nostra paura, le nostre debolezze e la nostra rabbia.