• martedì , 25 aprile 2017

Emiliano Moretti, un granata a Valsalice

Durante un’uggiosa mattinata di marzo, Valsalice  ha incontrato uno dei più importanti simboli del Toro di oggi: il difensore Emiliano Moretti.

Il calciatore, classe 1981, ha prima simpaticamente incontrato i ragazzi delle medie, rispondendo a domande di vario genere, partendo da questioni prettamente calcistiche per arrivare anche al racconto della sua storia o il suo rapporto con la fede e con Dio.

Il difensore granata,  seppur molto conosciuto in Italia e in Europa, dopo molti anni di carriera ha mantenuto quella umiltà che lo ha sempre contraddistinto e si è dimostrato cpersona educata, simpatica socievole e sempre disponibile. Come ogni bandiera dev’essere.

Dopo la lunga serie di domande dei più piccoli,  Moretti ha dato la sua immediata disponibilità anche per una breve intervista per il Salice.

Dopo così tanti anni di onorata carriera, sei riuscito a raggiungere i traguardi che ti eri prefissato?

In verità credo il calcio mi abbia dato molto di più di ciò che mi aspettassi. Ho avuto la possibilità di giocare in grandi squadre e ho girato il mondo. Sicuramente però tutto ciò si è avverato principalmente grazie all’impegno, al sacrificio e alla dedizione che ho messo in tutti questi anni. Sono partito da zero per arrivare fino a qui.

Quando hai iniziato a capire che il calcio sarebbe diventato un lavoro oltre che una passione?

Ho iniziato a vedere il calcio come un vero lavoro solo dopo aver messo piede nei primi campi di Serie A. Fin da giovane sono sempre rimasto abbastanza umile e per questo motivo anche nelle giovanili non mi rendevo conto dell’importanza del pallone nella mia vita, lo vedevo ancora come una semplice passione.

Hai giocato per diverso tempo nel Valencia, in Spagna. Quali sono le maggiori differenze tra il calcio italiano e quello spagnolo?

Quello spagnolo è attualmente molto più bello da vedere, intrattiene di più, è più divertente. In Italia siamo troppo legati all’aspetto tecnico e tattico. Preferiamo il lato difensivo, il possesso palla o un gioco molto più lento e macchinoso piuttosto che quello veloce, ricco e vario come quello spagnolo.

Hai giocato nel 2002 anche con la Juventus. Cosa ti è rimasto di quella esperienza?

Per loro esiste una sola parola, un solo motto: vincere. Vincere vincere e ancora vincere. Ma preferisco molto di più l’ambiente granata dove, prima di guardare al risultato, si guarda all’importanza della maglia. Una maglia che ha una grande storia, conosciuta non solo in Italia, ma in tutta Europa.

Negli ultimi tempi molti giocatori hanno deciso di continuare la propria carriera in Cina, Russia o Arabia Saudita, dopo aver ricevuto delle grandi offerte in denaro. Se ti arrivasse la stessa opportunità, cosa faresti? Lasceresti i colori granata per qualche soldo in più?

Sinceramente no, per me andare in questi paesi non significa avere vera passione per il calcio, ma decidere di intraprendere una carriera da professionista solo per fama o soldi. Mi rende molto più orgoglioso vestire la tanto celebre maglia granata piuttosto che vestire la casacca di una qualche squadra cinese con qualche soldo in più nel conto corrente. Amo questo sport e per questo sono ancora legato agli antichi valori, ormai oggi quasi del tutto scomparsi.