• venerdì , 23 giugno 2017

Dura lex, sed lex

Esiodo, Platone, Sallustio, Dante, Machiavelli, Voltaire, Golding, Orwell. Autori lontanissimi nel tempo ma dal comune senso di interpretazione nei confronti dell’ideale di giustizia, l’istanza morale per eccellenza, il valore da cui il genere umano non può prescindere per avere pace, comunanza e libertà. Seppur in modi diversi questi e numerosi altri autori hanno ribadito la fondamentale importanza della giustizia, sia che fosse δίκη o iustitia, e poi hanno sottolineato il suo opposto, la corruzione, il più grande male della storia dell’umanità, attraverso cui sono passati tutti i generi di delitti, misfatti e truffe.

Dante considerava così grave il peccato di baratteria (cioè corruzione) da porre i barattieri nella pece bollente della quarta bolgia dell’ottavo cerchio, quindi più giù anche di assassini, eretici e bestemmiatori. Questo perchè la riteneva (a ragione) il principale motivo di discordia civile, e dunque danno alla collettività, in quanto alimentata dal più nefasto dei sette vizi capitali, l’avarizia, contemporaneamente causa e conseguenza della corruzione.

La degenereazione politica della corruzione è l’origine dei mali civili e privati. Ogni giorno le notizie che leggiamo lo ricordano con insistenza, ed è un male universale e trasversale: Sallustio, scrivendo il De Catilinae coniuratione, dice espressamente che la decadenza di Roma, iniziata con la guerra giugurtina e culminata nella congiura sventata da Cicerone, deriva dalla corruzione della classe senatoria governante, a sua volta appunto dovuta alle ricchezze giunte nell’Urbe dopo la terza guerra punica, ergo dalla ormai nota lupa dantesca, l’avarizia. La corruzione politica risalta di più poichè ha ripercussioni su tutta la società, ma questo peccato ha i crismi del male assoluto: si infiltra in ogni ambito umano, da una lite familiare ad un tradimento passando per le, talvolta, innocue bugie.

Gli uomini scelgono spesso la prima delle due Ἔρις, le contese di Esiodo: preferiscono la Contesa malvagia che conduce alla ricchezza senza il lavoro, senza fatica (di nuovo torna, sempre, l’avarizia) alla Contesa positiva, come fece Perse corrompendo i βασιλεῖς per avere la parte dell’eredità del fratello autore de Le opere e i giorni.
Il buon governo privo di corruzione e guidato, metaforicamente, da Temi, non può esistere poichè l’uomo è intrinsecamente portato a scegliere la scorciatoia meno faticosa e più lucrativa. Lo Stato ideale, sia esso l’aristocrazia dei filosofi di Platone o l’assolutismo illuminato di Voltaire, purtroppo non può esistere perchè prevede la presenza al comando di uomini, filosofi o illuministi, in grado di seguire del tutto il principio della giustizia e di non cadere in tentazione, e questo genere di uomini esistono solo nell’Utopia di Thomas More.

Non a caso l’unico governo votato alla giustizia teorizzata dai greci (la δίκη) è o un governo non umano bensì divino, guidato dalla giustizia garantita da Zeus dopo la Titanomachia, oppure presente solo nel puramente intellegibile Iperuranio.

Anche il filosofo politico per antonomasia, Machiavelli, ben conscio di questo assunto, aveva provato a formulare il governo incontaminato dalla corruzione sotto il comando del Principe, ma riconosciutane l’impossibilità di esistere ed essendo pessimista, aveva sancito l’ineluttabilità della presenza della corruzione nell’uomo.
In effetti, pur non mancando numerose eccezioni di ottimi governi in politica e di ottimi uomini in società, si suole tuttavia dire che ogni uomo ha una vita pubblica, una privata e una segreta, e quest’ultima raramente è davvero integerrima.
Giusti son due, e non vi sono intesi“: Dante, per bocca del goloso Ciacco nel Canto VI dell’Inferno, proprio il canto politico della prima cantica, denuncia l’esiguità dei giusti, sia nella sua Firenze sia in tutto il mondo, e inoltre persino i “due” hanno la loro vita segreta: il primo, Dante, esiliato dalla città madre a vita per accuse di baratteria, e anche accusato di aver rotto un “loco d’i battezzatori”, il secondo, Guido Cavalcanti, figlio di un eretico e colpevole a sua volta dello stesso peccato.

L’animo umano è malvagio: molti ritengono eccessiva questa affermazione, altri convengono sulla sua esattezza, variando molto opinione in base a fede religiosa e filosofia di vita. Certo, la Speranza resta lì, sempre in fondo al vaso di Pandora, a sostenere ed illuminare la via e la vita all’uomo.
Ma dai sofismi naturalisti di Antifonte alla morale del Signore delle mosche, Antigone, Ralph e Piggy ci dimostrano che l’uomo, quando può farlo impunemente infrange la legge positiva, la giustizia, a favore dell’istinto e del giusnaturalismo, cadendo nella corruzione. Golding scrisse in appendice:

L’uomo produce il male come le api producono il miele