• venerdì , 23 giugno 2017

La tigre e l’acrobata

Io mi emoziono. Mi emoziono attraverso ciò che tocca il mio cuore, ma perdere questa capacità di emozionarmi, sarebbe come perdere la mia umanità.”  Questo è ciò che racconta Susanna Tamaro, intervistata da Paola Mastrocola, durante la conferenza al Salone del Libro di Torino in occasione dell’uscita del suo nuovo libro “La tigre e l’acrobata“. Dopo un simpatico excursus sull’amicizia tra le due scrittrici, dove la Mastrocola racconta delle loro telefonate, delle loro vite solitarie, della fattoria umbra della Tamaro, la conferenza ha inizio.

“La tigre e l’acrobata” è un libro “complessissimo”, poiché sotto il primo strato di molti livelli di profondità, quello della favola in sé, nasconde riflessioni su temi fondamentali come il dolore, la speranza, lo stupore, il potere, la morte. Tutto ciò viene raccontato attraverso la storia di una tigre, una tigre che ha un problema fin dalla nascita: ha un tarlo, che è quello di non accontentarsi del suo essere tigre. Come spiega la Mastrocola, “chi ha un tarlo dentro cerca sempre l’orizzonte, perché dietro un mondo ne intuisce sempre un altro“. E la tigre, come ogni essere umano, passa tutta la sua vita a cercare di risolverlo senza mai riuscirci. E’ quindi un libro che tratta del mistero della vita e del mondo, che non va chiarito, come pensa la maggior parte delle persone, ma accettato.

Come spiega la Tamaro, il genere più adatto per trasmettere questo tipo di messaggio è la favola, perché essa è molto potente, grazie alla sua struttura antichissima in cui ci è facile riconoscersi, ma è anche molto complicata da scrivere, a causa della grande difficoltà nel bilanciare perfettamente tutti gli argomenti.

Questo libro è anche caratterizzato dell’uso della metafora, che secondo la Tamaro è l’immagine folgorante che rimane per sempre dentro a un lettore. E per riuscire a scriverne una, bisogna essere persone molto solitarie, avere la capacità di ascoltare e di elaborare. Essa quindi richiede un tempo interiore ottocentesco, che l’autrice ha sviluppato vivendo in campagna e praticando l’apicoltura, ma a causa del mondo di fretta in cui viviamo le metafore  stanno man mano scomparendo in letteratura.

Lo stupore è un altro aspetto fondamentale dello stile di Susanna Tamaro, uno stupore quasi infantile, come quello della tigre quando osserva i fiocchi di neve posarsi sul suo pelo, cioè quando si interroga sul nulla, su una cosa che alla maggioranza di noi sfugge. Nella favola quindi il fiocco di neve, un elemento così piccolo ed effimero, racchiude in sé l’aspetto della perfezione ma anche l’idea della morte, che fanno notare quanto siano importanti i dettagli nella scrittura della Tamaro.

Quando nel corso del racconto la madre della tigre se ne va lasciandole il regno da governare, la tigre, anziché accettarlo, decide di partire. A questo punto la Tamaro riflette sul potere, che lei non ama nè critica, ma dice soltanto che per governare bisogna avere un dono dalla nascita, un grande distacco e una grande idea di servizio, affinché il potere non sia un’ombra e non venga paragonato alla voglia di comandare altre persone.

“Ci sono dolori che arrivano da noi stessi e dolori che arrivano dal cielo: i primi sono come i nodi di una corda troppo stretta, per risolverli devi avere pazienza, riconoscere il tipo di nodo e aver dita abbastanza sottili e abili per scioglierlo, per i secondi, purtroppo, non c’è niente da fare”. Con questo l’autrice fa notare il suo pessimismo riguardo alla vita, ma anche l’importanza che ha il dolore in questo racconto.

L’autrice conclude dicendo che al giorno d’oggi ci si vergogna di ammettere di aver bisogno della bellezza nelle nostre vite e il compito degli autori è proprio quello di portare avanti la battaglia della ribellione contro questa sbagliata concezione.