• mercoledì , 2 Dicembre 2020

Voce che canta nel deserto

Di Massimo Zamboni, scrittore e cantautore punk-rock, si conosce la storia a partire dall’anno 1982. Il gruppo “punk filo-sovietico”, nato da un’occasione fortuita (“ma di quelle che bisogna crearsi”) tra il chitarrista Massimo Zamboni ed il futuro cantante della band Giovanni Lindo Ferretti, nacque nell’aeroporto di Berlino dove i due futuri visionari dell’alternative rock italiano si incontrarono cambiando radicalmente il proprio avvenire. Eppure per un gruppo di tale importanza non irrilevanti sono i prodromi.

Dove si formarono i membri e cosa li ha spinti ad esprimere così la propria voce. Non è una coincidenza che il leader e il chitarrista siano cresciuti a diretto contatto col muro di Berlino e CCCP è l’equivalente dell’acronimo derivante dal tedesco SSSR, ma translitterato dal cirillico. Il gruppo si sciolse nel 1990 anticipando di poco l’idolatrata URSS. Ora, a distanza di due decenni, Massimo Zamboni pubblica la propria autobiografia fino al 1981, “Nessuna voce dentro”. Il titolo, come l’autore stesso spiega al nutrito uditorio dell’intimo caffè letterario al sovrappopolato Salone del Libro, preannuncia la trama: una ricerca della propria espressione nel mondo.

“A Berlino ho trovato la mia voce”, non raccontare la propria musica ma la propria formazione. “A Berlino ho imparato la sfacciataggine di voler provare ad ottenere la mia piccola utopia personale”. Massimo Zamboni parte in autostop da Reggio Emilia il medesimo giorno in cui una retata della polizia arresta e, nel dubbio, ingabbia tutti i suoi compagni. Invaghito del sogno tedesco cerca di raggiungere la capitale di cui conosceva solo il muro. “Arrivare è stata una soglia iniziatica” infatti afferma, ma d’altronde come pretendere diversamente partendo impreparati senza contatti, lasciapassare e contanti.

Arrivato da un’Italia in pieno bum economico che però il cantante-scrittore non esita a definire “provincia della Germania”, a Berlino ha visto la guerra. Le macerie. Il muro. La povertà. La proprietà privata annichilita: la maggior parte delle case, svuotate dalla guerra, aveva le porte aperte. Ogni giorno arrivava e partiva qualcuno in un clima di, in piccolo, cosmopolitismo e multietnicità mantenuto sicuro dal muro che “creò un clima simile a quello che si instaura su un’isola”. Questo desiderio di scambio continuo fu molto formativo, a detta di Massimo Zamboni, per il suo futuro musicale. Particolarmente impresso nella memoria del musico fu anche lo slogan politico “fa qualcosa” che lo portò a distinguere la società berlinese tra coloro che “vogliono fare qualcosa” e lo zoo di Berlino. Per così dire egli poté sconfiggere l’aids e l’eroina dilagante al tempo servendo pizze, ovvero lavorando e impegnandosi ad inseguire i propri sogni. Un periodo della storia dell’umanità troppo spesso ignorato dall’élite culturale e che solo i cantanti hanno avuto la forza di denunciare. Generazioni bruciate dai propri sogni che sono state sepolte dall’impetuoso scorrere della Storia e che Massimo Zamboni vuole commemorare ricordando la propria vita in quegli anni.

Il libro, un misto di frammenti di vita, musica e ricordi di una Berlino che non esiste più, potrà svelare i passaggi logici dietro i voli pindarici di questa breve presentazione. Gli avversi alla lettura possono aspettare il richiamo teatrale dello spettro della Germania di inizio anni “80. Un’idea avuta nel deserto spirituale dell’altopiano mongolo in cui la recitazione vera e propria si appoggia al suono di un pianoforte e di un basso, suonato dallo stesso autore, che occupano “una buona metà dello spettacolo”.

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