• domenica , 24 settembre 2017

La mafia con le scarpe lucide

di Sofia Rosso e Lorenzo Comba

Charles Darwin scoprì nel Novecento che ogni essere vivente col tempo si evolve, ma questo processo evolutivo può interessare anche organismi ben più complessi e astratti come le mafie. In seguito all’omicidio dei famosi giudici siciliani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si chiuse un capitolo nella storia delle mafie per far spazio ad una nuova era. Il tempo di stragi ed omicidi aveva lasciato il posto ad una nuova, meno cruenta e più subdola criminalità organizzata. Nacque così una nuova ambizione nelle famiglie d’élite a guida di queste organizzazioni criminali: quello di acquisire prestigio. L’obiettivo era quello di dare un nuovo volto alla criminalità organizzata e trasmettere alle persone l’idea che la mafia, partendo da piccole realtà cittadine era riuscita a raggiungere i piani alti della società. Ebbe così inizio un processo graduale di arricchimento ed espansione che portò ad una consequenziale diffusione del cosiddetto “metodo mafioso”. Col passare degli anni le mafie si sono insinuate in diversi settori, quello economico in particolare, avvelenandoli silenziosamente. Infatti, nell’idea comune, in questi ultimi decenni con la scomparsa quasi definitiva delle uccisioni sono scomparse anche le mafie. Ma la realtà è completamente diversa.

Se n’è parlato al Salone del Libro durante la presentazione di “Non sono affari loro. Dialoghi sulle mafie nell’economia italiana”, raccolta degli atti del ciclo di conferenze sulla storia e l’evoluzione della mafia, ospitate al Collegio di Santa Caterina di Pavia nel 2016. Agli incontri hanno preso parte ospiti importanti ed esponenti pubblici coinvolti nella lotta contro le mafie come Rosy Bindi, Rocco Sciarrone, l’ex Procuratore della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli, Michele Prestipino ed Enzo Ciconte, e questi utimi hanno partecipato anche alla presentazione di Torino. Un incontro in cui è emerso il nucleo centrale del volume: la presenza sempre maggiore delle associazioni criminali nell’economia italiana.

Queste associazioni a delinquere hanno iniziato a imporre il proprio controllo su settori criminali (contrabbando di sigarette estere e droga, prima investendo sulla cocaina e poi sull’eroina e le sostanze chimiche). Inizialmente la loro era un’economia di sopravvivenza e necessità. L’obiettivo principale era quello di provvedere al sostentamento dell’organizzazione. Inoltre il cosiddetto “pizzo” garantiva un controllo sociale sul territorio e un afflusso costante di liquidità nelle casse mafiose. La conseguenza fu il progressivo arricchimento delle élite mafiose camorriste e ‘ndranghetose composte da pochi nuclei familiari. Ebbe così inizio un processo di espansione anche nei settori legali portando alla nascita di un nuovo tipo di economia basata non più sulla sopravvivenza, ma sull’ulteriore arricchimento. Questo processo si è attuato con la rilevazione di attività economiche importanti e acquistando i patrimoni dei centri storici, ricordiamo l’esempio del sacco di Palermo dove venne distrutto il centro storico al fine di costruire grandi palazzi. Mediando i rapporti del mercato e investendo le ricchezze accumulate, le mafie sono diventate le protagoniste dell’economia e i settori da loro controllati, come quello turistico, alberghiero e immobiliare sono gli unici ad essere in crescita. Inoltre hanno esteso il loro dominio anche nel settore tecnologico, finanziando gli imprenditori in possesso di piattaforme di gioco d’azzardo online.

Nel corso del loro processo espansivo le società a delinquere hanno esportato anche il “metodo mafioso”, legato alla loro forte rilevanza nella società. Infatti l’arricchimento delle famiglie più importanti ha il preciso scopo di accrescere il prestigio delle famiglie stesse. Di conseguenza, secondo i canoni del metodo mafioso, il loro nome è sufficiente per ottenere il rispetto e la sottomissione degli altri. Possiamo averne un facile riscontro da un discorso fra lo scrittore Andrea Camilleri ed un capocosca americano, in cui il capomafia impone a Camilleri, impugnando una rivoltella, di mettersi in ginocchio. Lo scrittore esegue l’ordine dicendo: “Lo faccio perché site nu strunz ca ‘na pistola ‘n mano, nun perché site mafioso”. Questo dimostra come la mafia odierna punti a farsi rispettare non perché ha una pistola in mano, ma perché il loro semplice nome basta per incutere terrore e rispetto.