• sabato , 18 novembre 2017

Quel che resta della guerra

di Beatrice Borio e Rebecca Faioni

Nato a Visalia, California, nel 2003, arruolato già da 7 anni, Brian Turner è a capo come sergente di un convoglio di soldati nel deserto iracheno. Figlio e nipote di soldati, le sue esperienze si fondono con quelle del padre e del nonno. Nello stesso anno diventa un poeta e 10 anni dopo a casa ha una visione che racconta la guerra vista dagli occhi di un drone. Grazie al suo poetare riuscirà a raccontare la sua esperienza. Unendo così vita e poesia, orrore e morte, riesce a dire della guerra le parole che mancano, quelle capaci di rompere il silenzio. Decide quindi di intitolare il suo libro “La mia vita è un paese straniero” il cui senso etimologico di extra-ordinario dà l’idea di ciò che è fuori dall’ordine e dal consueto. La guerra come la poesia comporta un cambiamento; trasforma ogni pensiero in metafora e allo stesso modo è anche una discesa agli Inferi, condizione necessaria affinchè lo stesso eroe possa superare la paura di vivere e capire che la battaglia più pericolosa è quella contro se stessi.

Durante l’incontro al Salone del Libro di Torino 2017 abbiamo così ascoltato le parole dello scrittore.

Ogni autore ha le sue motivazioni per le quali cominciare a scrivere. Per quale motivo lei ha voluto intraprendere questa impresa nel mondo della letteratura?

Dirò la verità. Io non volevo scrivere, io dovevo scrivere. Mi trovavo davanti a un bivio. Potevo scegliere se rimanere in silenzio e dare così un tacito assenso come fosse un atto di accettazione rispetto gli orrori della guerra oppure potevo mettermi in gioco e scrivere per mostrare ciò che veramente è il nostro paese e che cosa sta subendo il nostro mondo.

Per quale ragione tra le tante forme di scrittura ha scelto proprio la poesia?

Sette anni dopo l’arruolamento decisi di andare in Iraq e dopo aver sorpassato il confine mi trovai in un mondo nuovo e diverso. Decisi così di prendere appunti sul mio diario personale per registrare tutto ciò che accadeva. Così è andata. E nello stesso momento in cui prendevo appunti stavo componendo poesia che mi aiutava a superare quei momenti difficili che stavo vivendo. Penso che nella vita a tutti sia utile scrivere le proprie esperienze su un diario per ricordare momenti specifici positivi o negativi.

Sappiamo che anche suo nonno e suo padre erano stati soldati. Qual è quindi il motivo al di là dell’ambito familiare che l‘ha spinta a compiere azioni così importanti nella sua vita? Perché ha scelto di combattere in fanteria?

Sì, è vero, da tre generazioni la mia famiglia presta servizio nell’esercito americano. Questa è la domanda che mi ha spinto a scrivere dalla prima all’ultima riga del mio libro. E nemmeno nel mio libo sono riuscito a rispondere completamente a questo interrogativo. In America l’esercito è volontario. Chi rischia la galera ha la possibilità di unirsi all’esercito ma la maggior parte di noi sono volontari. Io ho scelto di farne parte e la mia famiglia non mi ha tanto influenzato quanto piuttosto supportato. Gli anni Novanta sono stati segnati dalle due fasi della guerra del Golfo, la prima nel 1991 e la seconda nel 2003. Tra la prima e la seconda fase vi fu un periodo segnato da una guerra silente. Fu un periodo totalmente differente da quello in cui vivete voi adesso. In quegli anni non si poteva restare al cellulare a scambiarsi messaggi, non si rideva così spensieratamente.

Dopo un così lungo periodo di guerra è facile tornare a casa?

Quando pensavo di partire per una zona di guerra conoscevo già le conseguenze del mio ritorno perché a casa si torna come trasformati. Alcuni veterani non riescono più a riprendersi ma molti di loro ricominciano e avanti con la propria vita. Io penso invece di non aver diritto di poter guarire dalle ferite di guerra come hanno fatto gli altri. Non dopo aver visto quello che avviene in alcune parti del nostro mondo. Non potrò mai dimenticare quello che ho vissuto lì.

Crede dunque che sia possibile chiamare i soldati “eroi di guerra”? E dati i grandi cambiamenti e i nuovi leader di oggi, ha un’idea verso quale direzione ci stiamo dirigendo?

È una domanda veramente difficile a cui devo rispondere. Parafraserò quindi un detto che mi torna in mente che dice che il lavoro di un vero scrittore non consiste nel fornire soluzioni a dei quesiti ma a fare domande su domande, sempre più profonde, per cercare la chiarezza nelle cose. Mi rendo conto di non aver visto molti eroi, anzi ciò che ho visto sono stati uomini che dedicavano il loro impegno alla patria. Ricordo però di un soldato che detestava la sua funzione durante il conflitto e che odiava questo tipo di lavoro ma ogni giorno continuava a lavorare perché a casa aveva un bambino malato con un bisogno di cure particolari e perciò erano necessari dei soldi. Lui per me era davvero un eroe. Altri eroi erano le madri e i padri che ogni giorno attraversavano il confine attraverso fili spinati e soldati per trovare cibo da portare a casa ai loro figli. Adesso si parla di geopolitica. Con Donald Trump e M. Le Pen è come se il mondo si fosse diviso in due poli opposti che non dialogano tra loro. Noi americani abbiamo combattuto in Iraq, abbiamo causato la presenza di moltissimi profughi e rifugiati e ora voi ne subite l conseguenze. Il nostro paese vuole chiudere le barriere mentre il vostro sente una guerra, prima lontana, ora vicina a causa degli effetti provocati. Sento quindi che sia necessaria la presenza di un minimo comun denominatore tra le diverse potenze nel mondo.

In seguito alla sua esperienza di guerra come cambia la concezione di futuro per lei?

In Iraq era come vivere in una bolla. Sembrava di passare da un fuso orario a un altro in un attimo. Solo che i fusi non erano quelli del passato, presente e futuro. Ricevevo un messaggio e un attimo dopo mi trovavo in guerra. Lì, in quel momento, mi rendevo conto di quanto passato e futuro fossero labili tanto che si fondevano tra loro. Poi però si torna casa e tutto cambia. Si prova a ricominciare con la propria vita, con il lavoro, con le proprie famiglie. Molti soldati subiscono traumi a livello psicologico. È difficile dopo una vita sul campo di battaglia, sempre in allerta, dove ognuno è indispensabile, tornare e ritrovarsi a svolgere compiti di minima taratura.

Un ultimo consiglio per i giovani di oggi?

Certo, seguite la vostra curiosità, cercate di essere migliori della nostra generazione che sì ha compiuto imprese positive ma allo stesso tempo anche molte azioni sbagliate. Vi auguro una vita piena di gioia e di soddisfazioni.