• venerdì , 23 giugno 2017

Torino, la casa del libro

La “torinesità” trionfa ancora. Il Salone del libro si conferma infatti essere primato del capoluogo piemontese. Inutile il raffronto con il “Tempo dei libri” milanese, maldestro tentativo di emulazione; mal riuscito, almeno per quest’anno. Non si parla nemmeno più di guerra, competizione. Ciò che il Salone ha vinto è la scommessa che ha fatto con se stesso. I dati ufficiali circa l’affluenza si attendono per lunedì. Ma i padiglioni appaiono ricchi di editori. Ed è soprattutto la comunità del libro, vera protagonista dell’evento, che, anche secondo le stime più caute, non si era mai mobilitata con tanta energia per l’apertura del Salone. Comunque, già nella sola prevendita, ancora a Lingotto chiuso, l’affluenza era quantificata in 56 mila presenze. Le premesse dunque sono delle migliori.

In un clima di attesa e orgoglio, si è così inaugurata la trentesima edizione del Salone internazionale del libro di Torino, che ha portato con sé un’ondata di cambiamento. Esattamente ciò di cui si aveva bisogno. Cambiare per sopravvivere. Cambiare per restare a passo con i tempi. Cambiare per mettersi continuamente alla prova e migliorarsi. “Oltre il confine”. Questo il filo conduttore della più recente edizione del Salone, che si terrà fino a domenica 22 maggio. Graficamente: un libro che scavalca un muro. 

Su questa scia la sapiente iniziativa di apertura al territorio. Il Salone “va oltre i confini” invadendo Torino con dialoghi tra scrittori e studenti, scambi di libri, mostre, laboratori e letture per bambini, recite di poemi, gare di poesia. Tutte iniziative già sperimentate e consolidate nel corso degli anni. Numerose tuttavia anche le novità: la cosiddetta “Festa Mobile”, con reading in luoghi quali la mongolfiera Turin Eye. Si prosegue con la “notte kinghiana”, “la festa tolkieniana” e il rave letterario con Alessandro Baricco che leggerà “Furore” di Steinbeck. 

Insomma, il Salone del Libro torinese vuole riprendere la sua vocazione originaria: “Un’idea luminosa, con un pizzico di follia”. Così il poeta Brodskij definì l’evento.

L’assenza certo delle grandi case editrici milanesi (Mondadori, Rizzoli ecc.) non passa certo inosservata e scoraggia i più. La disposizione sembra riconfermata anche per l’anno prossimo. Difficile stabilire se si tratti di un’inutile dispersione o di una vantaggiosa possibilità per i medi editori. Indubbiamente, sono questi ultimi a farla da padrone nell’ultima edizione del Salone. Loro che ne risultavano sempre più oppressi e soffocati. Una passeggiata tra i padiglioni rivela immediatamente una maggiore uniformità tra gli editori. Evidente anche la conseguente serenità tra di essi, che lottano quotidianamente per sopravvivere nel mondo dell’editoria italiana sempre più famelico e competitivo. Indubbiamente è questo che deve diventare il punto di forza dell’evento torinese: maggiore spazio ed apertura verso una letteratura più di nicchia. Andare oltre confine vuole dire ampliare orizzonti. Aprire gli occhi dei lettori sulle realtà editoriali locali, con cui quotidianamente non hanno occasione di confrontarsi.

Per riprendere le parole di Chiamparino, quel che è certo è che “pensare che in primavera a Torino non ci sia il Salone del Libro è come pensare a uno skyline della città senza Mole Antonelliana.” E’ questo il momento in cui la creatività ed intraprendenza che i torinesi hanno più volte dimostrato di possedere devono emergere prepotentemente. Quest’ultima edizione del Salone ha cominciato e mettere alla prova le capacità della città. Ma è solo l’inizio.