• lunedì , 25 giugno 2018

Videogiochi tra arte e intrattenimento

di Simone Musizzano

Negli scorsi giorni il direttore creativo della casa di sviluppo Machine Games, Jenn Matthies, si è così espresso sull’annosa questione riguardo ai videogiochi ed  al fatto che possano o meno essere considerati una forma d’arte: “Io li considero la più alta di tutte le arti. Perché comprendono tutte le altre. Per me, in questo momento storico rappresentano l’apice di tutte le forme d’arte” .

La tesi propugnata da Matthies, comunque, non viene condivisa solamente dai membri interni all’industria del videogioco, ma anzi gode anche al di fuori di essa di sostenitori illustri come Paola Antonelli, l’italiana responsabile dell’allestimento di una collezione permanente al MoMA di New York dedicata appunto ai videogame, che ha concesso alla Stampa un’intervista dal titolo “Tra arte e design: i videogiochi finiscono al museo” in cui ha elencato i criteri secondo i quale sono stati scelti i prodotti da esporre, come ad esempio il design, la narrazione e lo scopo con cui vengono realizzati.

Di tutt’altro parere invece Shigeru Miyamoto; il creatore di Super Mario infatti intervistato sull’argomento ha così dichiarato : “Sono un designer. Non penso a me stesso come a un  creatore di opere, ma di prodotti con cui le persone si possano divertire. Per questo ho sempre chiamato i miei giochi prodotti e non opere d’arte”. 

A partire dagli anni Novanta , in effetti, sono stati molti i casi videogiochi, come ad esempio The Legend of Zelda o Final Fantasy, che hanno davvero reso labile il confine fra prodotto di intrattenimento e opera d’arte, proponendo storie capaci di trattare temi anche delicati ambientate in mondi tratteggiati con cura. Emblematica in questo senso la saga “Metal Gear Solid” ideata da Hideo Kojima, dotata di una vera e propria impronta autoriale ben definita, in cui ad una solida struttura di gioco si affianca una trama complessa di chiara ispirazione cinematografica, personaggi sfaccettati e un taglio registico immediatamente riconoscibile.

Tuttavia, all’interno del videogioco tutti i fattori non legati alla parte giocata sono da considerare funzionali a dotare il giocatore di un contesto in cui agire e di un obiettivo da raggiungere, qualora esso non sia il puro e semplice divertimento.

Ecco perché i videogiochi non possono essere considerati opere d’arte. Infatti, sebbene contengano al proprio interno componenti sicuramente considerabili artistiche, quali la sceneggiatura, il design e la colonna sonora, tali fattori insieme non bastano a rendere un gioco un’opera d’arte perché non sono questi gli elementi fondanti su cui esso si basa, ma il divertimento, l’interazione e la sfida. Fattori assolutamente fondamentali in un videogioco degno di questo nome, ma di certo non considerabili in alcun modo arte.

Inoltre negli ultimi anni si è affermata una nuova idea di giochi, venduti da alcune case di sviluppo non come prodotto finito chiuso in se stesso, ma come servizio che di conseguenza viene costantemente espanso ed aggiornato.

Quindi il loro stesso arco di vita non è potenzialmente infinito, ma anzi è determinato dall’attenzione dei giocatori, che ne decretano l’inizio e la fine; sono di fatto oggetti di consumo.

Tuttavia, esistono prodotti come ad esempio gli acclamatissimi Journey e To the Moon, che presentano una parte giocata volutamente atrofizzata e priva di ogni elemento di sfida e questo in modo da rendere il videogioco uno strumento per trasmettere un messaggio anche molto profondo.

Ecco, in questo caso esso diventa arte, ma smette di essere gioco.