• mercoledì , 23 Settembre 2020

A Calais

di Giacomo Sarcletti

“Si ha immigrazione quando alcuni individui si trasferiscono da un paese all’altro. I fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati, incoraggiati, programmati o accettati. Non accade così con le migrazioni. Violente o pacifiche che siano, sono come i fenomeni naturali: avvengono e nessuno le può controllare”. Con queste parole Umberto Eco descriveva in grande anticipo sui tempi il fenomeno di migrazione che sta caratterizzando l’inizio di questo millennio. Se Eco l’ha definito verbalmente, la città francese di Calais lo fa visivamente.

Il paese all’imbocco dell’Eurotunnel che collega Francia ed Inghilterra è stata progressivamente inondata dai migranti in cerca di fortune al di là della Manica. Proporzionalmente al moltiplicarsi dei migranti, i servizi giornalistici sulla “Giungla”, la baraccopoli formatasi, sono aumentati esponenzialmente. La “città nella città”, senza regole e senza controlli è automaticamente al centro dell’attenzione quando si tratta di Calais.

Il giornalista e scrittore Emmanuel Carrère ha voluto cambiare questa tendenza nel suo reportage: “A Calais”: “rivolgere lo sguardo alla città e ai suoi abitanti”. L’opera, che ha un tocco molto più personale e soggettivo del normale componimento giornalistico, prende in considerazione tutto ciò che è intorno alla Giungla e che la Giungla ha comportato. Quest’ultima non può però essere ignorata, la sua presenza è percettibile in ogni aspetto della città.

Gli occhi attraverso i quali vediamo la città francese sono quelli di un visitatore. Il visitatore, per definizione, non sarà mai a conoscenza di tutte le sfaccettature del luogo in questione. Solo gli abitanti di lunga data avranno la visione più completa. Se però metà degli residenti conosciuti dal visitatore vengono censurati perché definiti poveri di cultura, il reportage del visitatore sulla città sarà fortemente di parte. Quello che Carrère ci racconta è solamente quello che vuole farci sapere. La sua visione liberale è rispettabile tanto quanto quella conservatrice. E così dovrebbe essere all’interno di un opera che si pone come intento quello di presentare la posizione dei Calesiani. Quello dell’immigrazione è un argomento molto complicato. Carrère lo riduce ad un fenomeno che avviene sotto gli occhi di due gruppi di persone: i “buoni”, liberali come lui, e i “cattivi”, che la pensano diversamente. La verità è che queste prese di posizione sono più spesso date da fatti accaduti ed esperienze vissute più che dalla bontà d’animo. A Calais così come nel resto del mondo.

Calais e la sua Giungla rappresentano quello che sta accadendo in tutte le città d’Europa. Raccontare Calais significa raccontare l’immigrazione. Il messaggio di speranza che Carrère ci testimonia è importante. La semplicità del suo testo, però, non rispecchia la complessità del soggetto che descrive.

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