• venerdì , 19 gennaio 2018

Orgoglio e consapevolezza

Torna in questi giorni sulle prime pagine inglesi il tema Brexit. Liam Fox, euroscettico e ministro del commercio estero in viaggio di lavoro negli USA, ha affermato che è fiducioso che le trattative si concluderanno entro le prossime elezioni del 2019, d’altro canto Michel Barnier, capo negoziatore UE, afferma che l’Europa “non è nello stato d’animo di fare concessioni”. La revoca della Brexit intanto è stata spesso ritenuta un problema puramente teorico. Eppure, dopo la pesante sconfitta di Theresa May nelle elezioni politiche dell’8 giugno, l’ipotesi non sembra insensata. Non a caso, in occasione della successiva visita della prima ministra britannica a Parigi, il presidente francese in carica, Emmanuel Macron, ha affermato che le porte dell’Unione sono sempre aperte, nel caso in cui il Regno Unito cambi idea.

Sarebbe quindi il caso di ricordare la teoria dei corsi e dei ricorsi storici, teoria calzante riguardo la storia inglese dal momento che l’ignoranza dei nostri politici sull’argomento ha già spesso causato delusioni e intralci (basti pensare alla doccia fredda del rifiuto inglese dell’euro). Non tutti credono nelle costanti storiche: ad alcuni piace pensare che sia il caos a governare gli squilibri di questi rapporti di forze che è la Storia. Ma per chi crede nella Provvidenza sarà più plausibile questo semplice corollario. Da quando l’isola si unificò sotto la stessa corona si oppose con ogni mezzo ad un processo di unificazione continentale parallela. Cercò inoltre di distinguersi dall’Europa sia nelle grandi opere (ad esempio il rifiuto del diritto romano a favore di una più grezza Common Law e la creazione di una propria religione) sia nelle più piccole e quotidiane (come la non accettazione del sistema decimale per pesi e misure e l’imposizione di una circolazione inversa dei veicoli).

Espansione dell’impero britannico nel 1886

Per proprio interesse, ovvero per impedire che emergesse una potenza rivale troppo forte sul Vecchio Continente, combattè e sconfisse la Spagna imperiale, la Francia napoleonica, la Germania del Kaiser e poi quella nazista. I contemporanei dovrebbero essere grati alla potenza inglese per non essersi sottomessi ai raid tedeschi su Londra ed aver impedito la vittoria di Hitler. È però anche inutile nascondersi dietro agli idealismi: è chiaro che così come il sangue dei Francesi appartiene solo alla Francia, non furono certo elucubrazioni filosofiche o empatia umana per i soprusi della gioventù hitleriana ai danni degli ebrei tedeschi a spingere l’Inghilterra a dichiarare guerra al Führer. Anche perché se no che senso avrebbe avuto allearsi con un dittatore sanguinario quale Stalin? Stesso discorso per lo Zar Nicola II il cui governo era sicuramente più esecrabile di quello di Guglielmo II. Le grandi potenze, l’Inghilterra del Commonwealth e i futuri rivali USA-URSS, volevano tutelarsi dalla creazione di una pax europea che avrebbe riportato in auge il sogno di Carlo Magno: la restaurazione di un neo-impero romano. Divide et impera. Un’Europa scissa come è stata fino al crollo del muro di Berlino, era debole, facilmente manovrabile, dipendente dall’egida di una potenza estera.

Ora il Regno Unito non riesce più a tenere il passo con la Cina, l’India e gli immancabili Putin-Trump, ma l’orgoglio (che sta sforando nella superbia) e la memoria storica di un popolo perdurano. Il sogno di un Regno Unito europeo nell’animo è destinato a rimanere un’utopia ancora per qualche secolo. Sottovalutare il desiderio d’indipendenza inglese è quindi segno di mancanza di consapevolezza storica che comporta un inutile dispendio di energie. Forse è arrivato il momento di impegnarsi seriamente in un’unione continentale abbastanza massiccia da attirare a sé le potenze che non vogliono ancora prenderne parte. Il cammino è appena cominciato e l’obiettivo è ancora lontano: il resto si sistemerà col tempo. Non ti curar di loro, ma guarda e passa.