• lunedì , 25 giugno 2018

La Retorica della Libertà

di Matilde Liboni

Ogni 4 Luglio l’America si accende. Puntuali ogni anno, scintille esplodono in cielo, fuochi d’artificio tuonano in un boato. E’ ancora distinguibile il tono ben definito delle bombe che secoli fa imponevano libertà. Era la Rivoluzione Americana, l’unica rivolta del popolo mai nata dal popolo ma dai rappresentanti di un’élite che temeva i poteri della monarchia britannica di cui si riteneva schiava. Era l’istituzione di un confine che presto sarebbe diventato molto caro a rivoluzionari bellicosi come a congressisti in parrucca: la libertà americana.

Mentre le folle, attonite, assistono a quel silenzio sibilante dell’aria, i razzi tracciano traiettorie d’oro e blu e poi si spengono. Rimane il fumo, di infinite sfumature. E’ proprio il problema di questa libertà, il fumo. Una vaghezza quasi effimera mai segnata da un taglio netto e assoluto. Non a caso, proprio i cinquantacinque che valorosamente si batterono per la legittimazione di questa libertà e nel 1776 misero nero su bianco la Dichiarazione di Indipendenza americana erano tutti proprietari di ettari di piantagioni in cui ogni giorno morivano generazioni di deportati.

Paradossalmente, la conclusione della rivoluzione stessa portò ad un aumento significativo di schiavi neri sul continente americano grazie alla riapertura del mercato transoceanico, permessa da un’aggiunta all’Articolo 1 della Costituzione che avrebbe impedito al Congresso di ostacolare il commercio fino al 1808. Questa, per quei cinquantacinque come per molti altri, era libertà. La schiavitù di milioni di neri, infatti, non contraddiceva necessariamente il concetto di libertà prettamente bianco e classista legato al diritto di governo autonomo e alla protezione delle proprietà privata: la proprietà di schiavi era tanto importante e centrale quando quella di terre, e, di conseguenza, la sua espropriazione era considerata un’infrazione della libertà stessa di un cittadino. La libertà di schiavizzare altri era libertà.

Con il tempo, questo concetto di libertà si è evoluto ed affinato, ma si sa: la storia si ripete. E come sui secoli incombe quest’eco tucididea, il rimbombo degli spari rivoluzionari riecheggia tutt’ora. La glorificazione di ideali come la libertà in quanto caratteristica essenziale della vita di una nazione nella battaglia per la dominazione globale è stato infatti un leitmotiv molto ricorrente nei secoli. La lotta americana per “salvare il mondo in nome della democrazia” nella Prima Guerra Mondiale diede infatti sfogo ad un’orgia di repressione e violenza razziale senza precedenti sul territorio americano.

Nella Seconda Guerra Mondiale, ancora, gli Stati Uniti combattevano per la salvezza universale violando le libertà civili di tutti i Nippo-Statunitensi internati nei campi di concentramento della West Coast. La stessa Guerra Fredda attuata contro la “schiavitù” sovietica rese legittimi nel “mondo libero” alcuni tra i più terribili tiranni, portando alla violazione di molte di quelle libertà decantate in nome dello stesso anti-comunismo.

L’ipocrisia di coloro che hanno fatto la storia sta proprio nel talento di saperla riscrivere in chiave idealistica, nascondendo atrocità dietro definizioni di concetti come libertà e democrazia, e stabilendo arbitrariamente chi può godere dei suoi privilegi. Come è evidente, l’intento statunitense è sempre stato quello di insinuarsi nei precari equilibri prima europei e successivamente mondiali, mantenendo una posizione di distacco e superiorità grazie al suo ruolo di “nazione della libertà” e riuscendo così a diventare un motore fondamentale per la storia mondiale degli ultimi tre secoli. Ma la libertà di cui i cittadini della grande Repubblica si vantano e che tutto il mondo resta a guardare come fuochi d’artificio è in realtà il fumo dello show. C’è la grande Statua della Libertà e ogni giornale declama libertà; la libertà, a parole, penetra e riempie le pagine della storia americana, la parola libertà riecheggia ovunque, si legge su tutte le insegne.

Che cos’è dunque questa libertà? Non è libertà politica: il sistema elettorale stesso per cui ogni Stato può avere un diverso peso in base al suo numero di delegati non è completamente democratico. Non è libertà di iniziativa, dal momento che in nessun altro paese occidentale il monopolio e i trust opprimono l’impresa privata come negli Stati Uniti. E non è nemmeno una libertà idealistica, nel cui nome sono stati portati avanti per secoli sanguinosi eccidi spinti da un puro interesse economico. La verità è che la libertà per l’America non è stata che una creazione della retorica: una verità vivente e incontrovertibile, per alcuni americani; un paravento e una crudele menzogna per altri.

“È in nostro potere ricominciare il mondo daccapo”. Così chiosava Thomas Paine nel gennaio 1776 in Common Sense, il pamphlet più letto dell’epoca nelle colonie americane. Così cominciava uno dei miti dell’eccezionalismo americano, l’idea di una libertà universale in una società segnata da ineguaglianze. Nel 1998 lo storico Eric Foner nell’introduzione alla sua Storia della libertà americana scrisse: “Questioni quali la giustizia e l’ordinamento economico o le relazioni tra gruppi razziali e gruppi etnici, considerati in molti paesi problemi di uguaglianza o convivenza civile, vengono qui affrontate soprattutto in termini di libertà”. Basti guardare la scelta lessicale per coglierne la sottile differenza. Se uguaglianza e convivenza implicano una certa umanità comune, qui la libertà si staglia come un traguardo da raggiungere. E il chi può raggiungerla diventa la vera questione, questione abilmente mascherata da grandi concetti idealistici ed esistenziali come il patriottismo, tutti celati dietro quell’unica parola comune ad ogni singolo uomo.

Questa è la libertà americana. Una potentissima arma retorica. Fuochi d’artificio che incendiano il cielo lasciando le folle attonite ad assistere. A credere che sia tutto vero, che quelle luci si possano quasi toccare. E, solo dopo, a vederle sparire nel nulla, tra esclamazioni di gioia, occhiate di stupore e qualche raro sospiro di chi ha capito: lo show, per un altro anno, è finito.