• venerdì , 20 ottobre 2017

Mistero Trump

di Giacomo Sarcletti

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America. Se lo si fosse detto un anno fa nessuno ci avrebbe creduto. Del resto, nessuno avrebbe potuto pensare che un personaggio così controverso potesse fare tanta strada all’interno della politica statunitense. Trump si è ritrovato a governare la nazione più potente al mondo e in pochi anni ha saputo trasformarsi da imprenditore a politico. Ha trovato consensi tra i conservatori repubblicani e scatenato molte polemiche, che continuano tutt’ora a indebolire la sua immagine. Ci si chiede come mai allora, gli americani abbiano deciso di votarlo.

Con il suo passato (e presente) da imprenditore, Trump ha fatto dell’economia il suo cavallo di battaglia. Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico pari a 18 miliardi di dollari. La crisi del 2008 e i presidenti passati non hanno fatto che aumentarlo. Con il più volte ripetuto discorso del “piccolo prestito da un milione di dollari” del padre con il quale è riuscito a fondare il suo impero, Trump ha ispirato sicurezza agli Americani.

Il presidente, però, non sarebbe mai arrivato a certi livelli di popolarità senza le sue affermazioni molto discutibili. I suoi atteggiamenti molto “politically incorrect” lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Alcuni lo hanno addirittura paragonato ad Hitler. E negli Stati Uniti? I repubblicani più arditi approvano. Altri lo condannano. I più, per demerito della concorrenza nelle elezioni, hanno dovuto provare a giustificarlo.

Il fenomeno Trump rispecchia appieno la realtà statunitense attuale. La società risulta poco coesa. Se fino ad ora aveva vinto una politica di tolleranza e di compromesso, ora vince quella dell’intolleranza. Xenofobi sono soprattutto gli abitanti delle campagne e periferie del paese. Quelli delle grandi città, da sempre progressisti, non sono cambiati. Le città offrono grande mescolanza di popolazioni e culture e in esse si è di norma meglio informati sull’attualità. Il 10% della popolazione americana, residente nelle città, è perciò più propenso all’integrazione. Questo, però, non fa del restante 90% dei razzisti. La vita nella campagna statunitense è molto agiata. Le giornate sono incentrate sul lavoro e sulla famiglia. Nei paesi si conoscono tutti. La porta di casa si lascia aperta anche quando sono tutti via. Non c’è criminalità. Non c’è disoccupazione. Tutti i mali del paese vengono identificati nelle città. Nelle città è l’esatto opposto. I ghetti come miglior esempio. La sanità è ritenuta privata in quanto nessuno vuole pagare con i propri risparmi le cure per chi di risparmi non ne ha. I servizi pubblici allo stesso modo: quando si è economicamente agiati non se ne ha bisogno. E’ una conseguenza naturale l’avvicinamento agli ideali del conservazionismo e del partito dell’asino.

Trump, però, non è un normale repubblicano. Affermazioni e atteggiamenti del presidente lo descrivono come razzista e sessista. Il suo successo lascia intendere che parte della popolazione è più intollerante del solito.

Ad aumentare il fattore intolleranza, contribuisce ogni giorno il terrorismo. L’Europa viene presa come esempio da non seguire. Le nostre politiche di accoglienza sono viste come dei rischi non calcolati. Delle pazzie per le quali stiamo pagando le conseguenze. Ad ogni attentato si afferma nella mente degli statunitensi un’idea di chiusura. L’americano medio è molto nazionalista. E’ forte il legame tra connazionali e con la bandiera a stelle e strisce. In una situazione di emergenza come questa, l’americano medio preferisce salvaguardare la sua popolazione. Anche a costo di non aiutarne un’altra in bisogno.

Trump è il prodotto delle emozioni della popolazione statunitense. In altre condizioni non ne avremmo mai sentito parlare. Ora le investigazioni sul suo conto dilagano. L’auspicio è per il meglio degli Stati Uniti dell’Europa. Nella speranza che un giorno non ci sia più bisogno di un Trump. Che non ci sia più bisogno di muri.