• venerdì , 20 ottobre 2017

Conoscere Porta Palazzo

di Stefano Barbero

Il Milione di Marco Polo ha stimolato la fantasia dei lettori per molti secoli, permettendo loro di percorrere la via della seta alla scoperta di culture, sapori di longitudini e latitudini estreme. Piazza della Repubblica, Torino è dove oggi la via dell’Oriente incrocia i venti africani, concentrando in un labirinto di bancarelle un milione di culture: Porta Palazzo.

L’udito è il primo dei sensi che guida verso il cuore del mercato, la piazza; le offerte vengono gridate a gran voce e cantilenante per sfumare il significato delle dieci parole italiane utilizzate, sempre quelle. La vista aiuta a ipotizzare la provenienza dei venditori, accompagnati dai loro prodotti tipici, che attirano in piazza stranieri in cerca della propria cultura, turisti incuriositi, cuochi ispirati. Il ricco turista immerso nel confusionario ambiente viene spesso “accompagnato” da borseggiatori che aspettano il momento adatto per alleggerirgli il faticoso carico. Una fotografia che inquadra la società dai senzatetto più disperati ai clienti più abbienti e poco attenti alle piccole somme. Per loro nasce anche l’ “arte della bilancia” che mette in  discussione fisica e matematica allo stesso tempo. Qui la materia si crea, perché il peso indicato sullo scontrino non è mai quello dei prodotti, e poi sommando i prezzi non manca la fantasia: “Un euro, più venti  centesimi,  più trenta centesimi, facciamo due euro”.

Gli stessi venditori di fronte a clienti più scaltri escogitano ogni strategia per combattere la concorrenza: offrono assaggi, consigli, aiuto di ogni tipo, con un approccio introvabile nei classici negozi cittadini e una passione unica. Allontanandosi dal centro della piazza si incontra una dimensione diversa, la bottega. L’olfatto è il senso più stimolato in questi ambienti ricolmi di cassettiere. Al legno antico dei mobili si mischiano i profumi di saponi, prodotti per la casa, tisane, legumi nascosti in ogni andito. Non c’è richiesta che non possa essere soddisfatta dal contenuto di qualche pacchetto, accuratamente confezionato dal bottegaio che normalmente preferisce parlare piemontese, per enfatizzare il distacco con la piazza.

Porta Palazzo è proprio questo, il luogo dove la Torino  sabauda delle caratteristiche eleganti botteghe incontra la sregolatezza e il fascino  della bancarella. Per questo forse rimane isolato per molti aspetti dal resto della città, rendendo le vie limitrofe simili a una china-town newyorkese, città nella città che ha vita propria e rende difficile quella dei vigili urbani. Ventiquattro ore su ventiquattro c’è fermento: di notte si monta, di mattina si allestisce, di giorno si vende, di sera si smonta. Il lavoro così sfiancante è ciò che attiva il meccanismo di integrazione di chi arriva in cerca di fortuna, isolando però il quartiere dalla città. Molti torinesi sono disposti a viaggiare dieci ore in aereo per scoprire nuove culture, ma rifiutano Porta Palazzo per la cattiva fama della zona. La sua ricchezza innegabile andrebbe invece valorizzata non solo per la possibilità di mangiare pesce spada e rapa cinese a cento chilometri dal mare e diecimila dalla Cina, ma anche per aiutare la rivalutazione del quartiere. Un giorno tornerà la “Porta Pila” cantata da Farassino, borgo dove giocano i bambini, il più bello di Torino, oggi sconosciuto a chi ci abita vicino, crocevia di storie e culture: unico al mondo.