• venerdì , 15 dicembre 2017

L’Unesco premia le bellezze italiane

L’Unesco, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere la pace attraverso lo sviluppo e la conservazione del patrimonio artistico e scientifico mondiale, ha deciso di aggiornare la lista dei “Patrimoni Mondiali dell’Umanità”. Tra i nuovi siti, sono due i “Patrimoni” italiani (si tratta delle opere difensive rinascimentali della Repubblica di Venezia e di dieci antichi boschi di faggio dislocati tra Toscana e Calabria), che consentono al nostro Paese di salire a quota 53 siti riconosciuti dall’Unesco e di superare la Cina, ferma a quota 52, in vetta a questa speciale classifica. Si tratta di un numero incredibile, che rende l’Italia il Paese con la più alta concentrazione mondiale di Patrimoni dell’Umanità.

Purtroppo, però, la grande considerazione che i siti archeologici italiani hanno all’estero non li rende esenti dall’incuria e dall’abbandono. Diverse fortificazioni di fabbricazione veneziana, tra cui il Forte di Sant’Andrea e gli Ottagoni di Poveglia (situati in due diverse isole della Laguna Veneta), sono state escluse dal dossier della candidatura perchè erano chiuse al pubblico o in stato di abbandono. Nessuno, purtroppo, ha provato a “salvarle” in extremis, promuovendo dei progetti di recupero e restauro. Anche i faggeti sono in contrazione in diverse zone dell’Appennino, soprattutto a causa degli incendi, i cui effetti hanno spesso conseguenze devastanti  sull’ecosistema e di tardive operazioni di rimboschimento.

Il Forte di Sant’Andrea, antica fortezza veneziana oggi in rovina

Troppi gioielli italiani, dunque, finiscono vittime dell’incuria e restano abbandonati per anni, se non per decenni. Tutto il mondo si è indignato per la distruzione di Palmira, compiuta dall’Isis nel corso della tremenda guerra in corso in Siria. In pochi, però, sono disposti a lottare per la conservazione dell’immenso patrimonio storico e culturale lasciato dalle civiltà e dalle popoli che ci hanno preceduto. Proprio l’Italia, uno dei Paesi che possiede più reperti di grande valore della propria storia, dovrebbe essere un modello in questo senso, ma purtroppo, spesso, sono proprio i nostri siti più importanti a richiedere restauri straordinari a causa della mancata manutenzio ordinaria (emblematici sono i casi della Domus Aurea e di Pompei).

E’ innegabile, tuttavia, che il patrimonio storico, architettonico e naturalistico sia una grande risorsa per l’economia italiana, dato che lavorano nel settore turistico oltre un milione e cinquecentomila italiani. Non bisogna dimenticare, tuttavia, che la maggior parte degli stranieri che visita il nostro Paese, si ferma soltanti nei luoghi e nelle città più conosciute, come Venezia e Roma. Curare maggiormente il nostro patrimonio potrebbe essere utile per fornire una scelta più ampia di luoghi da visitare ai turisti, aprendo nuove possibilità di sviluppo per diverse zone del Paese e venendo anche incontro alle richieste dei residenti delle città più frequentate, esasperati dal costante flusso di turisti nell’arco dell’anno.

Il Colosseo durante i lavori di restauro finanziati da alcuni imprenditori italiani

Una valida alternativa per il recupero delle bellezze italiane è il ricorso a finanziatori privati (come avvenuto nel caso del Colosseo), che potrebbero restaurare diverse opere di grande valore in cambio di uno spazio pubblicitario o dell’uso del luogo stesso per svolgere eventi in luoghi prestabiliti. Questa pratica era molto utilizzata dai cittadini Romani e dai Greci facoltosi, che costruivano monumenti o finanziavano giochi pubblici in cambio di consensi elettorali alle successive elezioni (in Grecia questo fenomeno era conosciuto con il nome di evergetismo). Non si assisterebbe, in questo caso, ad una svendita delle bellezze italiane. I monumenti, infatti, resterebbero a disposizione dei visitatori e i compensi per i finanziatori non graverebbero ulteriormente sulle casse dello Stato, salvaguardando contemporaneamente bilanci pubblici e patrimonio artistico.