• venerdì , 20 ottobre 2017

Globish, un surrogato di lingua

di Simone Musizzano

Fra tutte le invenzioni umane, una di quelle più importanti è il linguaggio verbale.

Non solo perché ha permesso l’ampliarsi delle possibilità di comunicazione interpersonali, e quindi un approfondimento dei rapporti sociali, ma anche perché ha posto le basi per tutte le invenzioni successive.

Le applicazioni della lingua infatti sono molteplici e spaziano dalla letteratura alla scienza. E’ alla base della società umana e la sua importanza è tale da essere data per scontata e da essere ritenuta, giustamente, basilare, ma nel corso degli anni vari autori nelle loro opere hanno descritto le sue potenzialità non ancora espresse all’interno della sfera della comunicazione o del ragionare umano.

Ad esempio nel suo capolavoro di fantascienza “Il ciclo della Fondazione” lo scrittore russo naturalizzato statunitense Isaac Asimov scrive di una lingua galattica capace di mettere in comunicazione genti provenienti da ogni angolo della Via Lattea.

George Orwell invece nel suo distopico “1984” , che scrive di un mondo ormai soggiogato ai regimi totalitari, descrive una lingua creata ad hoc dal “SocIng”, cioè il Partito Socialista Inglese, con lo scopo di far viaggiare i pensieri del popolo su binari prestabiliti, in modo che non si possa neanche arrivare a formulare un pensiero di opposizione a quello dettato dal potere costituito.

Comunque, una delle opere che più di tutte esemplifica il ruolo del linguaggio anche all’intero della psicologia è sicuramente “Arrival”, film di Dennis Villeneuve tratto dal racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang. In corsa agli Oscar l’anno scorso, con varie candidature fra cui la Miglior sceneggiatura non originale, arriva a suggerire l’ipotesi che la lingua possa influenzare il pensiero umano al punto da modificare la sua percezione della realtà. 

Nel corso degli anni non sono mancati inoltre tentativi di creare lingue del tutto originali con un proprio vocabolario, sintassi e grammatica. Nel mondo dell’intrattenimento la più conosciuta è sicuramente il Sindarin parlato dagli elfi nei romanzi di J.R.R. Tolkien, ma vi sono anche altri esempi come il Klingon di Star Trek e il Na’vi parlato dagli indigeni di Pandora in Avatar di James Cameron; ben più reali invece altre come il Globish e l’Esperanto.

Il Globish in particolare è una lingua ideata nel 1998 dal francese Jean-Paul Nerriere, che ne detiene i diritti, e si basa su di una riduzione dell’inglese ai minimi termini, con lo scopo di espanderne la comprensione anche ai non anglofoni.

Si tratta in effetti di un inglese standardizzato, contratto ed in sostanza semplificato, in cui, ad esempio, la parola “nephew”, “nipote”, diventa la perifrasi “the son of my brother”, “il figlio di mio fratello”. Una lingua ben diversa dunque tanto dall’americano dei film di Hollywood quanto dal Queen’s English parlato dalla regina Elisabetta, ma che permette ad un uomo d’affari thailandese di conversare con uno proveniente dall’Arabia Saudita, senza che un londinese capisca una parola.

Non appartiene alla schiera degli entusiasti di questa lingua il filosofo canadese Alain Deneault, autore del saggio “La mediocrazia”, anzi. Intervistato dalla giornalista de La Stampa Sara Ricotta Voza, alla domanda “L’inglese standard è la lingua ufficiale della mediocrazia (cioè, secondo la definizione dello stesso Denault, della “dittatura dell’estremo centro”, ndr)?”, risponde così: ”L’inglese manageriale sì, e uccide l’inglese. E’ un suicidio linguistico parlare questa lingua quando si è anglofoni, non si può pensare il mondo nella sua complessità o qualsiasi fenomeno sociale utilizzando un vocabolario che non è utile se non alla organizzazione privata.”. Insomma, secondo Deneault si tratta di una lingua impoverita, standard, commerciale. Che ci costringe a pensare di conseguenza.