• sabato , 18 novembre 2017

La Guerra Santa dell’Isis fra provocazione e strategia militare

L’Isis, ormai, è dentro le nostre case. Per la civiltà occidentale contemporanea, abituata a vedere in televisione e sul web violenze di ogni tipo, le decapitazioni di uomini e statue passano quasi inosservate tra decine di notizie che inondano il nostro quotidiano ventiquattro ore su ventiquattro. Lo stesso si può dire degli attentati che hanno colpito alcune delle maggiori città europee. Due anni fa tutto il mondo si sentì di dire “Je suis Charlie”, mentre oggi i molteplici attacchi alla metropolitana di Londra sono stati accolti quasi con freddezza. Sono diventati eventi quasi normali. L’abitudine al terrore, purtroppo, anestetizza gli animi e le coscienze.

Sarebbe sbagliato, però, affermare che l’Isis non faccia paura. Solo tre mesi fa, un rumore sordo è bastato a trasformare la partita JuventusReal Madrid in una tragedia per coloro che avevano deciso di seguire l’incontro in Piazza San Carlo a Torino. Qualche sera fa è avvenuto un altro fatto emblematico in questo senso. Durante la partita di Europa League Milan-Rijeka i tifosi croati hanno lanciato dei fumogeni in campo e quasi istantaneamente il telecronista dell’incontro si è affrettato a tranquillizzare tutti coloro che avevano parenti allo stadio, dicendo che la situazione era sotto controllo. Si potrebbe affermare, dunque, che l’autoproclamato Stato Islamico sia riuscito a raggiungere il suo scopo: entrare nella mente delle persone comuni, risvegliando paure ataviche e quasi irrazionali.

Migliaia di persone sono fuggite da piazza san Carlo la sera del 3 giugno 2017, fuggendo da un pericolo rivelatosi inesistente

Nessuno, però, è davvero certo che questo sia il reale obiettivo dell’Isis. Non bisogna dimenticare, infatti, che lo Stato Islamico sta anche combattendo una guerra per il controllo di Iraq e Siria e appoggia altre organizzazioni di ispirazione islamica fondamentalista in luoghi come Bangladesh, Nigeria e Libia. Sono pochi, comunque, i fronti in cui sta ottenendo risultati militari di rilievo. In Iraq, dopo una fase di conflitto costellata di successi, ha iniziato a perdere il controllo di luoghi strategici, come dighe e pozzi di estrazione del petrolio greggio. Secondo diversi analisti, proprio queste sconfitte militari sono la causa di molti attentati dell’Isis. La perdita di peso politico nello scacchiere medio-orientale potrebbe essere compensata dalla creazione di uno stato di terrore diffuso nel mondo occidentale, che vorrebbe scoraggiare l’intervento di potenze straniere in Siria. Questo processo potrebbe essere accelerato dal web, che funge da canale di comunicazione e addestramento dell’organizzazione, ma anche da vero e proprio strumento di guerra psicologica e tecnologica, fatta da immagini violente e fake news che sovrastimano la reale potenza dell’Isis, sia politicamente che militarmente.

Non tutti, però, sono concordi con questa visione. Secondo l’esperta di cultura araba Francesca Maria Corrao, l’Isis starebbe lanciando una sfida all’Occidente nel suo complesso, attaccando tutto ciò che lo rappresenta. Bisogna sottolineare, però, che questa strategia non ha ancora portato risultati concreti dal punto di vista strategico. Nonostante un senso di paura diffuso, infatti, quasi nessuno ha rinunciato a frequentare luoghi ed eventi ad alto rischio di attentati. A differenza di movimenti eversivi del passato (come i baschi dell’Eta e le Brigate Rosse italiane), i miliziani dell’Isis non colpiscono luoghi importanti dal punto di vista economico, sociale e politico, come banche, sedi di partiti politici o stazioni ferroviarie, ma si limitano ad attaccare luoghi in cui si concentrano persone comuni, la cui perdita contribuisce soltanto a rendere più unito il popolo nel condannare la violenza di chi ha ucciso uomini e donne colpevoli soltanto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Alcune automobili della Guardia Civil distrutte da un attentato dell’Eta, organizzazione eversiva basca che ha sempre colpito obiettivi importanti dal punto di vista strategico

Non mancano, poi, coloro che ritengono che l’unico vero obiettivo dell’Isis sia quello di colpire semplicemente il diverso, sia che si tratti di un turista che sta passeggiando lungo una via del centro di Barcellona, sia che si tratti di una statua di epoca assira raffigurante un’antica divinità. Questo atteggiamento di totale avversione è quasi senza precedenti. Anche i grandi monarchi e tiranni del passato, come Napoleone e Hitler, amavano trafugare tesori d’arte di popoli diversi, ma non li hanno mai distrutti, anche se erano stati posseduti in precedenza da persone da eliminare politicamente e fisicamente, come i ricchi commercianti ebrei che operavano nella Repubblica di Weimar.

Si può affermare senza alcun dubbio che le azioni dell’Isis siano caratterizzate da un “umanesimo” di tipo machiavelliano, dato che tutte le loro azioni sono guidate dal gusto per la sopraffazione e la violenza gratuita. Il comune senso di fratellanza fra tutti gli uomini, invocato già da Cicerone, trova nell’Isis la sua negazione più profonda. Non è certamente la prima volta che le vicende umane sono guidate da questa logica di violenza e sopraffazione, ma mai come in questo caso il male appare ingiustificato e gratuito, dato che è difficile individuare l’obiettivo dello Stato Islamico.

Affrontare un nemico che pare essere interessato a colpire solo per il sadico gusto di farlo, tuttavia, può essere anche una grande occasione per lo stesso Occidente. Ormai è chiaro, infatti, che senza un’adeguata collaborazione internazionale sarà impossibile risolvere la crisi politica in atto in Siria e Libia e prevenire attacchi terroristici compiuti da gruppi che si possono muovere velocemente in tutta Europa e non solo. Questa collaborazione, oltre a portare risultati immediati dal punto di vista militare e politico, potrebbe anche essere utile a ritrovare un insieme di valori comuni che la “società liquida” occidentale pare aver smarrito quasi del tutto.