• venerdì , 15 dicembre 2017

Informazione (in)forma mentis

Sorry, man“. Una delle frasi più ripetute nella giornata tipo di un anglosassone o anglofono. E’ emersa infatti da recenti studi antropologici la tendenza a scusarsi fin troppo. Non è un vero e proprio atto di contrizione, ma piuttosto un comportamento socialmente condiviso. Si è dimostrato che le scuse, fatte anche quando non necessario, ben dispongono il prossimo nei propri confronti e rendono la persona più affidabile. Dopo gli Inglesi, a chiedere di più il perdono sono i Giapponesi. Proprio nel Paese del Sol Levante un gesto comune e ordinario, unito a un ponderato apparato di gesti, viene sfruttato per ritorni puramente economici. Così i rappresentanti della Takata, nota azienda di componenti per auto, si rammaricano per il malfunzionamento di un airbag. Rigorosamente attorniati da centinaia di flash e dalle luci rosse delle telecamere accese. Questo per intercettare le empatie dei consumatori ed evitare di perdere clientela. Non è un caso isolato quello nipponico.

Spesso e volentieri l’intervento della stampa media una mentalità comune, che sfocia non solo nell’ambito finanziario, ma interessa fortemente cultura e società. Lo palesa la ricerca “What worries the world“, promossa dall’istituto Ipsos. Nell’indagine si evidenziano i maggiori timori che attanagliano l’animo dei vari popoli. Al primo posto la disoccupazione, seguita da corruzione e povertà. Ma l’Italia non si accorda. A preoccupare il Bel Paese, dopo la mancanza di posti di lavoro, risulta essere l’immigrazione. Inutile dire che nel processo di radicazione del problema stampa, telegiornali e social network hanno rivestito un’importanza cruciale. Partendo dall’innegabile fatto dei continui sbarchi, hanno plasmato un’inquietudine forzata nella mente di molti italiani. Con opportune parole, studiata eloquenza e giusta sequenza di immagini. Così un terrore esasperato per i migranti va ad alimentare odio verso questi ultimi, nonché nel peggiore dei casi ideologie razziste. Esacerbazioni di cui spesso lo Stato si serve per scagionarsi dalle proprie responsabilità, come se si trattassero di dilemmi insormontabili. E non può mancare in questa come in altre situazioni l’esempio americano. Per giustificare infatti i numerosi omicidi negli anni Novanta, il governo statunitense, in accordo con gli uffici di stampa, calcava la mano su presunte malattie psichiatriche dei killer, distogliendo l’attenzione collettiva dalle reale causa.

E il motivo non era alto se non la conseguenza di una nuova e avventata politica sulle armi. Quanto invece i media multimediali influenzino la mentalità comune è sottolineato da Krakauer, ricercatore dell’Istitute di Santa Fe. Giocando sul tema della stupidità umana, vista anche come privazione della propria libertà intellettuale, inevitabile è citare l’informazione mediatica. Sommerso da notizie che giungono da diverse direzioni (social network in particolare), il pubblico finisce per assorbirle passivamente. E senza un vaglio critico non può che diffondersi incontrastata un’opinione approvata unanimemente, concetto inoltre alla base della propagazione delle mode. Krakauer cita in tal senso Netflix. La piattaforma propone film e serie televisive che sui social vengono condivise universalmente. Paradossalmente anche da chi non le ha mai viste. Lo studioso conclude poi che l’informazione passiva assimilata tramite le nuove tecnologie porta a un’omologazione di idee, dannosa per il singolo come per la collettività.

Non amplia infatti il suo bagaglio culturale, né stimola la curiosità in molte occasioni, anzi riduce la libertà di scelta e di espressione della propria personalità. Si rischia così che essa non sia uno strumento complementare per la conoscenza, bensì un ostacolo ad essa, che spesso per indifferenza non si tende nemmeno a voler affrontare.