• domenica , 16 Dicembre 2018

Uomini di parola

Ci sono momenti in cui la parola è tutto. Altri in cui è meglio stare in silenzio.

Ci fu un tempo in cui la Terra risuonava solo degli indistinti gemiti e grugniti di animali ed esseri umani, quando ancora si viveva nelle caverne e non si conosceva l’agricoltura e l’allevamento.

Di questi uomini-scimmie ci rimangono solo poche ossa e qualche testimonianza sulle pareti delle caverne, scene di guerra o di lotta che usavano per comunicare tra loro o per lasciare una qualche traccia di sé.

Tuttavia, si inizia  a parlare di civiltà solo con Egizi, Sumeri e Ittiti che, oltre ad essere istruiti nella cura di campi e bestiame, portano con sé una produzione letteraria, seppur embrionale.

L’età aurea e il massimo sviluppo della civiltà sono fatti coincidere con i Greci e i Romani, popoli di poeti, letterati, geni poliedrici e artisti. Dunque, esiste sicuramente un nesso tra la parola, la vita dell’uomo e il suo sviluppo.

Lo stesso Cicerone parla di vis eloquendi come di ratio atque oratio, ovvero della modalità in cui l’uomo può esprimere la ragione la facoltà che lo rende unico.

Molte delle nostre certezze sono basate sulle fiducia delle promesse altrui, ma non sempre sono corrisposte.

L’arte della parola è spesso anche l’arte del persuadere, come insegnano i sofisti greci, uno tra tutti Gorgia da Leontini, maestro di retorica, convinto nichilista e autore del celebre “Encomio di Elena”, in cui riscatta la figura della fanciulla causa della guerra di Troia, odiata da tutti i Greci.

Sicuramente è più facile riporre la nostra fiducia nelle immagini, che dovrebbero riprodurre una realtà oggettiva – a meno che non vengano modificate.

Ci sono infatti momenti in cui un’immagine vale più di mille parole.

Un affresco di Michelangelo, ad esempio. Le discusse fotografie dei bambini migranti.

Si parla anche delle immagini trasmesse dal corpo, il linguaggio dei gesti. Come sostiene Valentina Brenan, è proprio questa la “lingua primordiale“, talvolta apparentemente superflua ma – come dimostrato da studi scientifici – foriera di un significato emotivo e comunicativo, proprio come vuole l’etimologia della parola “gesto” (dal latino “gerere” = portare).

Ma anche i gesti da soli non bastano. Si pensi ad esempio al momento del matrimonio, o a quello del fidanzamento per non essere influenzati dalla prassi del rito: non basta il “sì” ma non è sufficiente nemmeno il bacio per testimoniare l’amore.

Parole e immagini, entrambi fondamentali, due facce della stessa medaglia: il linguaggio. Sarebbe inimmaginabile un mondo governato dal silenzio.

Gli scettici predicavano l’afasia, ma la loro era una presa di posizione nei confronti del rifiuto ontologico e gnoseologico della realtà.

L’uomo è relazione, è zoon politikon. Ha bisogno di esprimersi e di relazionarsi, per questo motivo ha creato il linguaggio, un “codice” che gli permette di capire cosa il mondo gli sta comunicando.

Sebbene anche le rappresentazioni scultoree e pittoriche abbiano una forte potenza emotiva, nulla muove i sentimenti più di una poesia, un romanzo o una canzone.

Si ricordi che una delle funzione delle orazioni latine era proprio il “movere”, ovvero il provocare qualche sentimento nell’anima dell’ascoltatore.

Inoltre, solo la conoscenza di un linguaggio permette di relazionarsi con gli altri e di intercettare gli stimoli del mondo esterno. Non a caso, fin dai primi anni di vita i bambini imparano vocaboli e nuove espressioni.

Negli anni della globalizzazione, disorientati dal proliferare di nuove parlate e terrorizzati dalla possibilità di rimanere esclusi dal mondo, la maggior parte degli abitanti europei sono perlomeno bilingui.

In particolare l’inglese, facile e veloce da imparare – dunque alla portata di tutti – ha surclassato tutte le altre lingue imponendosi come linguaggio universale. Favorisce la comunicazione e rende possibile un dialogo tra paesi che altrimenti vivrebbero isolati e non si curerebbero l’uno dell’altro.

L’uomo è naturalmente portato a ricercare il proprio simile. Dunque non è strano che in un luogo straniero si sia più tranquilli se in compagnia di chi parla la stessa lingua.

Al contrario l’immagine è universale e non ha bisogno di traduzioni né di spiegazioni. Veloce e immediata, perde tuttavia gran parte della profondità caratteristica della parola.

Il vocabolo “amore” conserva l’eco di tutta la classicità, racconta le vicende di Saffo, di Catullo, di Ovidio; trasmette un solo sentimento, ma vissuto in miliardi di modi diversi.

Rappresentare l’amore – dipingerlo ad esempio – significa limitarsi a un singolo aspetto di questo sentimento, ignorando l’universo che gli sta dietro, quasi sacrificandolo.

Ci sono scatti che valgono più di mille parole – il gesto di opposizione in piazza Tienammen, ad esempio. Ci sono altri momenti, però, in cui solo la magia delle parole ci permette di riscoprire la loro profondità, risalendo alla loro origine e scoprendole non tutte appartenenti a mondi diversi, ma derivanti da un’unica lingua comune.

Tutte sorelle, dunque. Come tutti fratelli sono gli uomini.

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