• venerdì , 19 ottobre 2018

Noi non siamo come le stelle

di Arianna Colombino

Probabilmente, a molti potrà apparire curioso il fatto che Dante, esponente di un profondo cattolicesimo, abbia collocato a custodia del Purgatorio proprio Catone Uticense, che le fonti attestano essere un pagano e per di più suicida. A una più completa analisi del personaggio, tuttavia, emerge un dettaglio tutt’altro che irrilevante: l’Uticense aveva compiuto quel fatidico gesto che mise fine alla sua esistenza (terrena) per evitare di cadere sotto la tirannia di Cesare. Dante riconosce nel suicidio di Catone un esempio del valore che la libertà rappresenta per l’uomo: “Libertà va cercando, ch’è sì cara, / come lo sa chi per lei vita rifiuta”.

Il pensiero cristiano rivoluzionò completamente il concetto classico di libertà, definendolo in opposizione alla schiavitù interiore generata dal Peccato Originale. Noi non siamo come le stelle; noi uomini non ci atteniamo rigorosamente a leggi fisiche che descrivono moto, velocità di rotazione e periodo di orbita, poiché Dio, nel sesto giorno della Creazione, quando ha plasmato l’uomo dalla terra e ha soffiato in lui il suo soffio vitale, gli ha conferito il dono della libertà, e quindi la possibilità di discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male.

Sta scritto nella Bibbia “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie” (Isaia): è un processo inevitabile che l’uomo, nella sua finitezza, intraprenda delle strade divergenti da quelle pensate da Dio per lui. Ma, nonostante questo suo limite, egli presagisce che sarà accolto dal Padre, infinitamente misericordioso, e condotto nel luogo preparato per lui fin dall’inizio dei tempi.

Nonostante la libertà sia delineata, nell’immaginario comune (prescindendo, quindi, dalla dottrina cristiana), come diritto di ciascun uomo, essa rappresenta anche un problema di tipo psicologico: è inevitabile che coloro che la bramano ne siano al contempo terrorizzati. Paradossalmente, si può ingenerare, nella psiche umana, un movimento in direzione antagonista al desiderio di fuggire da tutti gli schemi imposti. La deriva dell’essere umano è collegata al fatto di non essere più ancorato a dei principi, allo smarrimento di ogni appiglio che lo tenga unito al controllo di se stesso.

Oscar Wilde, affrontando il tema dell’estetismo preponderante nel suo tempo, descrive lo sviluppo del giovane Dorian Gray, protagonista della sua più celebre opera, Il ritratto di Dorian Gray. Costui è a tal punto ammaliato dal misterioso e diabolico Lord Henry Wotton da perdere contatto con la realtà, rifugiandosi nella visione totalizzante e “salvifica” dell’arte. Ma nonostante Dorian, nel suo profondo, nutra il desiderio di libertà, di ritornare alla sua originale innocenza, è del tutto succube delle parole del suo falso amico Henry, il quale non fa altro che condurre l’incorrotta bellezza del giovane ad un progressivo grado di decadimento.

Strettamente concatenata alla libertà morale è la “libertà sociale”: la possibilità di professare la propria fede, il diritto di pensiero, di parola, di voto. Purtroppo, però, nessun uomo è mai vissuto nel migliore dei mondi possibili ed è sempre stato difficile preservare uno stato di integrità assoluta. I totalitarismi del Novecento sono stati tra i più recenti esempi di che cosa volesse dire vivere in un’esistenza precaria in cui le libertà dell’individuo (compresa la “libertà della vita”) sono state negate. “E come potevamo noi cantare /con il piede straniero sopra il cuore, /fra i morti abbandonati nelle piazze ?” (Salvatore Quasimodo). La devastazione fisica del territorio e delle vite spente dalle false promesse degli uomini al vertice del potere, era finalizzata alla dilagazione di un regime del terrore, per portare i supersiti ad autoconvincersi del fatto che l’unica cosa che restasse da fare fosse la rassegnazione. Come una madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo, e nel silenzio dell’abbandono, insieme al lamento d’agnello dei fanciulli, incideva nella storia un urlo nero (Salvatore Quasimodo).

In un contesto storico dominato dai totalitarismi (i cui confini oggi appaiono ormai sbiaditi), la poesia di Quasimodo risuona violentemente come grido che, nel suo ermetismo, lascia trasparire l’incessante anelito alla libertà.

A queste drammatiche immagini, risponde venti anni dopo Martin Luther King nel celeberrimo discorso I have a dream pronunciato davanti a una grande folla di cittadini neri (e bianchi) in lotta per la parità dei diritti: “Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’animo“.

Pertanto, la limitazione della libertà individuale, presupposto alla base della tirannia del Male, non vedrà mai la sua completa attuazione, in quanto non potrà mai prevalere sulla libertà dei Figli di Dio, che trascende ogni tentativo di conoscenza umana: si può impedire a un uomo di correre, ma non si può impedire al suo cuore di vincere la maratona.

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