• martedì , 16 ottobre 2018

La dittatura dello smartphone

Uno schermo, una prigione. Manette di pixels. Tasti virtuali che chiudono gabbie. Tip, tip, tip. “La tua vita è stata postata” annuncia beffarda l’icona colorata sullo sfondo. Tutto normale insomma, quasi impossibile credere che non siamo sempre vissuti così. Difficile ricordarsi che vent’anni fa gli smartphones non fossero presenti nemmeno nell’immaginazione del più bizzarro autore di fantascienza.

Questa nostra protesi, ormai divenuta un prolungamento del braccio, ha silenziosamente rivoluzionato il modo di vivere e di pensare la vita, cancellando il passato e proiettando al futuro.

I telefoni di Meucci e Bell sono solo lontani parenti di questi nuovi strumenti. Si potrebbe individuare la stessa similarità che c’è tra l’anziana prozia un po’ matta che adora le stampe a fiori e la giovane nipote che ascolta musica hard-rock vestita perennemente di nero. Il telefono di un tempo poteva solo ricevere e chiamare, adesso allo smartphone, come molti dicono divertiti, resta solo più da fare il caffè. Chiamate, messaggi, Whatsapp, Facebook, Instagram e Snapchat. I cellulari sono diventati delle vere e proprie cittadelle (peraltro nemmeno troppo inviolabili) di informazioni e dati, i cui proprietari, abbassandosi dal livello di padroni a quello di servitori, foraggiano con la loro vita privata.

E così, come la maggior parte delle persone al giorno d’oggi vive quasi soltanto attraverso questo apparecchio elettronico, c’è anche chi, adattandosi a quest’evoluzione della specie ha deciso di trarne vantaggio: i crackers. No, non sono i gustosi stuzzichini e non vanno sottovalutati. Sono i ladri del futuro, scassinatori di dati e di vite, comunemente (anche se erroneamente) riconosciuti come “hackers”. Questi ultimi, pagati dalle aziende telematiche stesse, valicano i sistemi in modo da constatarne le falle e apportare migliorie. I primi, invece, sanguisughe di Internet, ciucciano via informazioni personali degli utenti del Web.

Da quando la vita di ognuno è racchiusa in uno schermo, nessuno è più al sicuro. Per ingenuità o esibizionismo, con la diffusione dello smartphone e di tutti i social figli suoi, si sono persi i filtri. Certo, nelle storie Instagram ce ne sono tanti, ma manca quello più importante: il senso della realtà.

“Oggi milioni di persone comunicano attraverso i social network, scambiando messaggi, foto e video”, riporta il sito del Corriere. Ormai ci si incontra su Facebook, ci si conosce su Messenger e ci si fidanza su Whatsapp. Per lasciarsi, un SMS. Per dirsi che ci si ama, un’emoji. Le interazioni umane sono sempre meno dirette e ci si protegge dietro ad uno schermo, moderno scudo di vetro, dai proiettili del rifiuto e delle delusioni.

Oltre vent’anni fa il mezzo di comunicazione era molto più lento di adesso. Una tartaruga messa al confronto con una lepre ma, come racconta proprio la storia per bambini, la lentezza non è per forza un male. La rapidità di internet e degli SMS porta spesso a commettere errori che non si possono cancellare. L’impulsività diventa pentimento.

Oltre a ciò, poi, i cosiddetti “messaggi brevi” hanno permesso lo sviluppo di un nuovo linguaggio con tanto di storpiature della lingua e abbreviazioni da far piangere i linguisti. Un vero e proprio codice, che disabilita però l’uso corretto della lingua e impoverisce le parole del loro peso e valore.

L’avvento dello smartphone, quasi un nuovo Messia, ha rivoluzionato la società, riscrivendo le regole del gioco della giungla mondiale. C’è chi mantiene un senso della realtà forte e resiste. Chi invece soccombe alla finzione virtuale, diventa un burattino nelle mani di un oggetto neppure animato. Ironia della sorte, un tempo i re erano uomini, ora sono scatolette di metallo e vetro.

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