• venerdì , 25 maggio 2018

Mafie di ieri e mafie di oggi

Ragione e sentimento, questi i termini evocati da Giovanna Torre, curatrice de “Il potere relazionato. Dialoghi sulle mafie di ieri e di oggi”. Presentato al Salone del Libro 2018 di Torino, il libro unisce le riflessioni sui gruppi mafiosi passati e presenti. Cinque capitoli che rievocano gli altrettanti incontri serali tenutisi a Pavia lo scorso ottobre. Il collegio Santa Caterina, di cui la curatrice del libro è rettrice, ha infatti ospitato per cinque serate personaggi come Ayala, Rognoni, Dalla Chiesa, Prestipino e molti altri, i quali hanno dibattuto sulle sfide attuali della procura nazionale antimafia, ricordando lo scandalo Tangentopoli e il maxiprocesso di Palermo. Eventi ripresi nel libro che, sostiene la curatrice, presenta un lato umano, sentimentale, che trapela da alcuni spaccati forniti da chi si è volto indietro riguardando agli anni passati, alla propria esperienza.

Prende quindi la parola Michele Prestipino, coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. “Bisogna capire, bisogna comprendere”, afferma. “La mafia non è invincibile come pensano molti. Il fatto è”, spiega, “che la storia italiana si è intrecciata alle dinamiche mafiose”. Ed è proprio questa la chiave di lettura del libro. Esso parte da una riflessione contenuta all’interno del saggio di Isaia Sales “Storia dell’Italia mafiosa”. Egli sostiene che la mafia ha un punto di forza, quello del sistema relazionare. Da qui il titolo “Il potere relazionato”. Le organizzazioni criminose tentano una convivenza a fianco della struttura statale per compiere la propria azione mafiosa. Contro di essa fu varata il 13 settembre 1982 la legge Rognoni-La Torre presentata per la prima volta dall’onorevole Pio La Torre. Viene così introdotto nel codice penale il reato per associazione a delinquere di stampo mafioso; l’approvazione di tale legge tuttavia portò alla morte di La Torre e dei magistrati che presero parte alla formulazione tecnica della legge: Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Nella storia di questo reato per associazione mafiosa si notano quelli che Prestipino ha individuato come veri e propri fattori costitutivi, presenti nelle organizzazioni criminali di ieri e di oggi. Il primo “ingrediente” che le accomuna mettendole in relazione riguarda la capacità di violenza, quella che in termini tecnici viene chiamata “riserva di violenza”. Il secondo è il “capitale sociale”, cioè l’insieme di tutte quelle relazioni che vanno a costituire il patrimonio di forza mafiosa. La forza criminosa, continua Prestipino, non si contrappone allo Stato, si relaziona, per questo si parla di riserva di violenza; il vero mafioso non ha necessità di ricorrere ad essa. La mafia cerca di agire senza attirare attenzione, di passare inosservata per poter fare i loro affari.  Questo dunque il tratto distintivo delle nuove mafie,  definizione mediatica data per contrapporle a quelle precedenti definite dalla Cassazione “piccole mafie”. L’attività delle mafie precedenti era partita dal controllo di stupefacenti come eroina e cocaina che ha permesso l’accumulo di una grande ricchezza. Queste ingenti somme di denaro sono andate a costituire enormi risorse con le quali finanziare l’attività criminosa stessa. Di conseguenza i centri di interesse si spostano liddove il mercato è più attivo, dove spostamenti di grosse quantità di denaro non desta sospetti passando pressoché inosservato. Centri come Milano, Roma, Torino. Oggi nelle periferie delle città nelle quali sono diretti, sorgono veri e propri laboratori criminosi. Le mafie riforniscono bande autoctone dando il via a una collaborazione in vista della quale praticare il metodo mafioso. Una situazione allarmante, dice Prestipino.

Roberto Sparagna, Sostituto Procuratore del Tribunale di Torino, ha poi ricordato la sua esperienza piemontese. Egli ha infatti sottolineato la ormai avvenuta radicalizzazione nelle regioni del Nord-Italia e soprattutto della organizzazione calabrese ‘Ndrangheta. A differenza del camorrista napoletano e del mafioso siciliano che si allontanano dal luogo di appartenenza per compiere il reato per poi tornare a casa, il calabrese si insidia nelle zone in cui migra asportando una vera e propria filiale, locali,  una struttura vera e propria. Tutto ciò avviene, continua Sparagna, perché nessuna denuncia queste attività, troppa paura. Ciò viene dimostrato dalle numerosa intercettazioni telefoniche. In una di esse, una delle vittime della mafia ha riferito in lacrime di non riuscire più a pagare il pizzo. Quando gli sono poi state rivolte domande riguardo a essa ha negato la conversazione  sostenendo che quella non era la sua voce. Insomma un libro che affronta una questione attuale come quella mafiosa, trattando  sfide,  pericoli e  rischi che si affrontano ogni giorno in un ambiente nel quale la mafia è sempre più presente.