• lunedì , 25 giugno 2018

L’arte di partire

di Gabriele Tirozzio e Sara Tormena

Una cattedra. Due scrittori. Centinaia di giovani studenti. Alessandro d’Avenia, seduto sul banco, sorride rivolto alla bionda chioma di un’altra affermata scrittrice. È il 2016 quando pubblica il primo libro, La lingua geniale, e raggiunge il successo editoriale. Ora Andrea Marcolongo torna sotto i riflettori con il suo ultimo libro: La misura eroica. E il salone del libro ne fa da trampolino di lancio così come per l’ultimo saggio di d’Avenia, Ogni storia è una storia d’amore.

Il soggetto della seconda opera della grecista torna ad essere la classicità, in particolare il mito degli Argonauti che altro non è se “il coraggio che spinge gli uomini ad amare”. L’autrice, che già una volta si è dimostrata insensibile al bovarismo snob che scaturisce dall’aver conquistato una laurea in lettere antiche, ritorna a parlare della consistenza delle parole. Un’occupazione da archeologa nel suo senso più proprio: una riscoperta intima del senso e della responsabilità che si cela tra una lettera e l’altra. Non a caso d’Avenia esordisce parlando di una “fase delle parole”, vale a dire la difficoltà di reperire il lessema esatto per poter spiegare qualcosa. Andrea Marcolongo è d’accordo e sostiene di potersi esprimere libera da ogni sofismo della politica dopo aver lasciato l’incarico di ghost-writer per Renzi a Palazzo Chigi.

Lo scrittore milanese imposta il dialogo chiedendo alla collega di precisare alcuni importanti lemmi contenuti nel libro.

EROE

D’Avenia domanda: “Perché porre al centro la figura dell’eroe? Qual è l’obiettivo della composizione di questo secondo libro?”

L’eroe è colui che è in grado di andare oltre la mucillagine che vive. L’uomo che ha la pretesa di fare pensieri alti. Ho sentito la necessità di mettere un punto sulla parola eroe: ogni giorno si sente parlare di eroi, ma il concetto che ha assunto la parola nella contemporaneità non è il più corretto. Non è il vincitore, ma ogni singolo uomo in grado di compiere scelte alte e scegliere se stessi. Non è il primo, ma colui che non arriva secondo a se stesso. Per i greci, l’eroe è colui che è in grado di risignificare la realtà attraverso l’amore. Infatti la parola eroe e la parola amore in greco sono differenti solo per la lunghezza di una vocale. è dunque l’amore a renderci eroici.

Non esiste nessun uomo così codardo che Amore non riesca a infondergli coraggio, e a trasformarlo in eroe.

PLATONE, Simposio, 179a-b

Amore come passione e tensione in ciò che si fa. Amore che rende più grande la vita. Amore che ci permette di manifestare la sofferenza, ma non di tradire noi stessi. Ulisse piange ad Ogigia. Achille piange dopo aver discusso con Agamennone. I genitori di Giasone piangono alla partenza del figlio. Parte integrante della dimensione eroica è la fragilitàPerché oggi abbiamo dimenticato questo aspetto eroico? Alla salvezza abbiamo sostituito la sicurezza e ciò ci scherma dalla vita. L’imperativo di essere sempre impeccabilmente felici non ci permette di soffrire. Non maturiamo una confidenza col dolore e passiamo la vita a morire. La dimensione eroica è interrotta perché vogliamo trattare solo con l’omogeneo: l’eroe moderno è ingrigito perché non vogliamo ammettere di soffrire.

ALIBI:

Continua lo scrittore milanese: “C’è una barca che ha particolarmente segnato la tua esperienza. Cosa significa per te?”

La nave Argo è la prima ombra vista da Poseidone. Sono 40 ragazzi inesperti della vita che temono il mare, la tempesta e la vita. Ma quando tornano sono diventati adulti. Hanno maturato l’esperienza necessaria ad affrontare eroicamente la quotidianità. Allo stesso modo Alibi è la mia nave dove ho rinnegato me stessa confondendo la sicurezza economica con la mia vera passione. Non ero in grado di ammettere di essere debole. Non volevo dire di aver bisogno di tempo per me. Eppure dopo aver capito di non essere perfetta, di essere fragile, sono rinata. Ha preso consapevolezza di me stessa e ho trovato la felicità.

FELICITÀ:

Ancora D’Avenia: “Questa è un’altra parola a cui sei stata capace di ridare significato nel tuo libro. Tu sei felice?” 

Molte persone risponderebbero di sì e di no perché non hanno le parole. Eppure tra la felicità e l’infelicità esiste un’infinita gamma di sfumature che sono perfettamente descrivibili in altre parole. “Felice”, dal latino felix, deriva dalla stessa radice fe- di fecundus che vuol dire fertile. Fecondi siamo noi, che grazie alla felicità possiamo sorprenderci e compiere azione o gesti che mai avremmo immaginato. La capacità di tirare fuori il lato più bello della nostra persona, il nostro lato più intimo che è solo nostro e ci permette di fiorire.

Essere felici non significa non avere problemi. La felicità è invece l’opposto: è l’energia di agire, la gioia di fare, la voglia di cambiare- di essere fertili, di vedere sbocciare i fiori che siamo.

ANDREA MARCOLONGO, La misura eroica, pag. 35

PORTO:

Sempre D’Avenia: “So che l’idea alla base del libro è venuta alla luce in un porto e il luogo ha anche avuto un peso nella stesura definitiva. Perché Sarajevo è il tuo porto?”

Il 26 settembre 2016, il giorno della pubblicazione de La Lingua Geniale, mi sono recata al porto di Livorno. Qui ho cominciato ad abbozzare l’idea del prossimo. Il porto è anche l’origine e l’arrivo degli Argonauti. Quando il Noto li sospinge verso il mare aperto provano la stessa emozione di quando il mare permette loro di fare ritorno. Tutti proviamo paura quando riusciamo a rendere reali i nostri sogni, e presenti. E’ il batticuore dell’arrivo, come quando un aereo tocca il suolo e ad attenderci è un continente sconosciuto. E’ la sorpresa di avercela fatta davvero. Il brivido di riconoscere che siamo rimasti fedeli a noi stessi. “Sarajevo non avrà il mare ma saprà essere per me sempre un porto”. Una città ferita dalla guerra che è inno alla vita. Sarajevo non nasconde i fori nei muri dei palazzi, non ha imbarazzo nel mostrare la sofferenza.

TEMPO:

Così conclude D’Avenia: “Andrea Marcolongo è capace di creare nella contemporaneità un altro spazio e un altro tempo in cui l’uomo è libero perché non deve più rispondere a canoni esterni. Un aggrapparsi alle parole per dare struttura alle cose che si fonda sull’etimologia del lemma. Così anche il tempo rispetta le regole dell’antica Grecia. Qual è il tuo tempo?”

Una concezione interiore che non è segnata dal calendario ma dai verbi greci. Non è affanno o prestazione, ma capacità di abitare il mondo in qualsiasi tempo. Quando, dice Andrea, ho costruito il mio tempo non l’ho fondato sul quando ma sul come. Noi siamo il “perfetto” della nostra vita, dopo ogni volta che siamo neonati. Ovvero nessuno è solo “presente” ma siamo tutti un “perfetto” che scaturisce da tutte i veli di lacrime che ci hanno permesso di riscoprirci rinati. Il presente è il risultato delle nostre esperienze passate ed è tutto ciò che sappiamo. Il futuro è alle nostre spalle per sorprenderci.

Andrea Marcolongo ci lascia un ultimo messaggio:

Che il canto degli Argonauti, duemila anni dopo l’augurio di Apollonio Rodio, possa essere sempre più dolce per noi. Noi così umani, così grandi, così eroi.