• martedì , 18 settembre 2018

Il diritto alla casa

Da molti anni gli organi di informazione denunciano gli effetti della crisi economica sulla condizione di vita delle famiglie italiane. Tuttavia i dati dell’Istat del 2017 sono di assoluto allarme: più di cinque milioni di persone sono in condizione di povertà assoluta, in pratica l’8,4% dell’intera popolazione italiana. I numeri non erano così alti dal 2005, e si concentrano soprattutto nella zona del Mezzogiorno, ove addirittura una persona su dieci versa in condizione di disagio grave.

La disoccupazione o la disponibilità di redditi del tutto inadeguati comporta, tra le altre difficoltà, l’impossibilità di procurarsi un’abitazione. In questo contesto, si pone il problema dell’occupazione abusiva degli immobili.

Accade sempre più di frequente, soprattutto nei centri cittadini, che alcune famiglie che si trovano in condizioni di elevato disagio economico e di emarginazione sociale, non possedendo una casa e non avendo la possibilità di affittarne una (e men che meno quella di acquistarla), decidano di occupare alloggi pubblici sfitti. Sorge dunque un interessante quesito etico e sociale, ossia se l’occupazione forzosa di tali alloggi sia in qualche modo ammissibile.

Da un lato simili azioni possono essere giustificate dal fatto che le case che vengono occupate sono state messe a disposizione dallo Stato, più precisamente dall’ ATC (Agenzia Territoriale per la Casa) che offre in ogni comune degli alloggi a persone disagiate o con disabilità: si tratta di quelle case comunemente chiamate “popolari”. Per riuscire ad ottenere una di queste abitazioni bisogna però essere scelti in base a una lista, che tiene conto di determinate priorità e che spesso può risultare molto lunga. Dunque alcuni individui si sentono in diritto di occupare gli immobili liberi, proprio perché essi sono stati concepiti per persone in condizioni simili alle loro, il che li convince della liceità delle loro iniziative. Se infatti i Comuni hanno utilizzato il denaro dei contribuenti per edificare immobili destinati a fornire alloggio alle persone più povere, gli occupanti abusivi ritengono giusto sopperire all’inerzia dell’ente pubblico facendosi ragione da sé e prendendo possesso degli alloggi sfitti. Anche con la forza.

Ora, se tale azione può apparire giustificata perchè frutto dell’esasperazione e perchè finalizzata a soddisfare un’esigenza primaria, cioè quella dell’abitazione, essa si presta comunque a censure. Infatti gli occupanti abusivi non solo infrangono la legge, ma antepongono anche le loro priorità rispetto a quelle di altri soggetti bisognosi e maggiormente meritevoli, sia per la risalenza della loro pretesa abitativa, sia per importanti disagi familiari, come ad esempio la presenza di un bambino piccolo o di disabili.

Più in generale una soluzione di questo genere innesca un interessante dibattito, quanto mai attuale: se sia consentito farsi ragione da sé ricorrendo alle vie di fatto; tale soluzione, in uno Stato di diritto, non può mai ritenersi accettabile, poichè in questo modo si attuerebbe un ritorno alla legge del più forte, regola arcaica in cui la soluzione dei conflitti è rimessa alla prepotenza e all’arroganza e non alla giustizia e al rispetto dell’altro.

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