• mercoledì , 22 agosto 2018

Torre di Babele in Italia: lavori in corso

Rapide. Nella corsa ma non solo. Nella vita. Le quattro giovani italiane, vincitrici di staffetta 4×400 nei giochi del Mediterraneo, non possono solo vantare una vittoria in pista, ma una (per lo meno apparente) nella mentalità collettiva. Il loro “piè veloce” ha dato un bel calcio all’Italia, destando un fenomeno che scivola tuttora piuttosto viscoso: l’integrazione.

L’orgoglio di una vittoria sportiva dal gusto tutto italiano infatti lascia pochi con l’amaro in bocca. Il colore della pelle delle giovani campionesse (per lo meno in questa situazione) non sembra infastidire nessuno, anzi. Roberto Saviano e il Pd pubblicano fieri la foto delle atlete nere avvolte dalla bandiera tricolore, tacciati però subito di razzismo da Centinaio. “Politicanti da salotto” li definisce il ministro, mentre Salvini, dopo essersi complimentato con le ragazze rincara la dose. “Ai giochi olimpici” dice “abbiamo vinto 150 medaglie e il mio plauso va a tutti, bianchi e neri, che hanno vinto con la maglietta italiana.” Aggiunge poi: E’ rimasto solo qualche poveretto di sinistra che distingue gli esseri umani in base al colore della pelle.”

Libania Grenot, Raphaela Lukudo, Mariabenedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso sono i nomi delle azzurre che fanno discutere la politica e la nazione. Chi con una storia, chi con un’altra sono tutte cittadine italiane di pieno diritto, nonostante i loro tratti possano essere ben più esotici.

Sudan, Nigeria e Cuba grazie a queste ragazze non sono mai stati più vicini all’Italia. La loro funzione di ponte viene fieramente ostentata da alcuni politici nostrani.   Con la paura di essere accusati di razzismo cercano in tutti i modi di sottolineare l’appartenenza delle giovani al Bel Paese, cadendo però così nella rete del controsenso.

Se si pubblica qualcosa al riguardo si è razzisti, se non lo si fa si è razzisti egualmente. Quella che poco fa era la paura del diverso ora si è travestita nel timore che qualcuno non lo possa accettare. Anche quando lo si accoglie bisogna stare all’erta, non esagerare, pena l’insinuazione che sia tutto un montaggio perbenista. Il principio del “in medio stat virtus”, tanto caro agli antichi, è conosciuto oggi da pochi.

Le Charlie’s Angels di colore (dalle protagoniste dell’omonimo film dal quale hanno tratto la posa della ormai virale fotografia) hanno semplicemente spalancato quella che era una porta semiaperta.

La loro vittoria, indubbiamente strumentalizzata e ingigantita (vista la reale portata piuttosto modesta dai giochi del Mediterraneo) è diventata un simbolo, di cosa si deve ancora capire.

I social si imbizzarriscono e ognuno dice la propria, in una torre di Babele nella quale ciascuno capisce e ascolta solo sé stesso. Sicuramente però tutto il polverone sollevato da quella che in campo sportivo è una piccola vittoria è dovuto ad un fattore presente sotto gli occhi di tutti, che non va né rinnegato né demonizzato. La diversità delle giovani è lampante, visibile ad un primo sguardo. Ciò che tuttavia spesso non si capisce è che il razzismo consiste nel perseguitare il diverso non nel riconoscerlo. L’eterogenia è una ricchezza e un valore aggiunto e voler fingere che si sia tutti uguali è pura ipocrisia. Sono gli aspetti differenti dei suoi cittadini a rendere un paese tale, non situazioni e persone speculari tra loro, in quanto nel mondo reale non ve ne sono. Tutte le storie, le etnie, i colori di pelle, occhi e capelli sono da considerare nei loro punti di contatto e di dicotomia per la loro bellezza e unicità. Un Italiano non è tale per le proprie caratteristiche, ma per il senso di attaccamento e amore verso Il Bel Paese, che lo lega con un filo immaginario ai suoi connazionali.

 

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