• mercoledì , 22 agosto 2018

Fino all’osso

di Sofia Sciuto

“Magro è bello”. “Sogno di diventare leggera come una farfalla; così piccola, così fragile”. “Odio il cibo. Mi rende sporca, schifosa.” “Voglio un corpo puro, vuoto”. “Mi sento le ossa delle scapole, delle anche, delle vertebre: che
gioia!” Sembrano affermazioni senza senso, eppure penetrano nella mente di 2,3 milioni di giovani italiani ogni anno anche grazie alla loro diffusione tramite i social media. Diventano i loro comandamenti quotidiani, la loro filosofia di vita. La loro linfa vitale, o meglio, esattamente il contrario. E’ un mondo tutto magico il loro. Zona off-limits e area protetta, che difendono con le unghie e con i denti. Un mondo fatto di negazioni, di purgazioni, di lunghi digiuni, di restrizioni estreme, di vomito e lassativi, di un infinito vuoto. Di estrema sofferenza.

I loro principi sono semplici: meno mangi più dimagrisci e prima raggiungi il tuo scopo: l’estrema magrezza. Ma il goal finale non lo si segna da soli. Tutta la squadra partecipa alla vittoria, o forse sarebbe meglio dire “alla distruzione” della persona. Il team la supporta, e lei non si sente mai sola e sceglie di continuare a lottare, perseverando e rispettando le “sacre leggi”. Pena l’esclusione, nel vero senso della parola.

Nei gruppi pro anoressia creati tramite siti blog o WhatsApp, coloro che sgarrano o non sono abbastanza forti e coraggiosi da continuare a digiunare vengono crudelmente puniti, insultati, cacciati. Non è consentito sforare le 500 kcal massime previste dal semi-digiuno e mollare è da perdenti. Tutto questo sa di pazzia. Eppure non sono, purtroppo, solo storielle. Così come non lo è quella della giovane eporediese caduta nel vortice dell’anoressia anche grazie al blog di una marchigiana diciannovenne, anoressica anche lei, che tramite post motivazionali e fotografie da venire la pelle d’oca mostrava e indirizzava le giovanissime ingenue verso le grotte buie dei DCA, decantando questi disturbi comportamentali mortali come fossero un locus amoenus da non farsi sfuggire.

E’ stata la mamma della piemontese ad allarmarsi per prima, dopo giorni di digiuni estremi condotti dalla figlia. Ha deciso quindi di investigare lei stessa e dopo minuziose ricerche ha amaramente compreso ciò che si celava dietro quello strano comportamento. Ha avvisato in primis la polizia postale eporediese che ha aperto un indagine, arrivando successivamente a scovare l’artefice del blog. La diciannovenne di Porto Recanati sta subendo un processo per istigazione al suicidio, pena per la quale potrebbe essere duramente punita. Solo recentemente infatti è stata approvata una nuova legge del codice penale per “istigazione all’anoressia”. Ed ecco che le nove lettere [a-n-o-r-e-s-s-i-a] entrano anche nel nostro codice penale.

Ma tutto ciò non sconvolge. Il disturbo è sempre più diffuso oggi, anche se se ne parla ancora troppo poco. La prevenzione è totalmente assente, così come la divulgazione a scuola. Non se ne parla, manco fosse un tabù o qualcosa di cui vergognarsi, e troppo sovente l’aggettivo “anoressica” viene usato in modo inappropriato contro ragazze sane ma molto magre, come fosse un insulto. Un altro enorme problema da affrontare e il sostegno dato alle famiglie soprattutto, ma anche agli insegnanti e agli amici di queste giovani. I DCA sono disturbi, infatti, che non colpiscono solo il diretto interessato sia da un punto di vista fisico che psicologico, ma compromettono fin quasi a distruggere le famiglie, che sono impreparate e non sanno come comportarsi davanti ad un comportamento autodistruttivo tanto spaventoso.

Anche i rapporti della vittima con i coetanei sono compromessi, a tal punto che essa tende ad auto-escludersi e ad isolarsi completamente, con lo scopo di perdere ogni contatto esterno con l’esterno. Qual è quindi atteggiamento giusto con cui affrontare un disturbo del comportamento alimentare? Come possono i genitori, i fratelli, gli insegnanti, gli amici aiutare la/il malata/o? Indubbiamente è necessario il sostegno psicologico di un professionista che sappia indirizzare verso una specifica terapia individuale e di famiglia, per salvare in tempo la persona.

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