• mercoledì , 21 novembre 2018

Un ricordo del professor Ramella, amico di Valsalice

In queste ore ci ha lasciato il professor Ramella, storico Preside del D’Azeglio, straordinario uomo di cultura, depositario di quella humanitas così rara ai nostri giorni ma soprattutto ex allievo di Valsalice e amico del Salice con il quale aveva dialogato in occasione del numero speciale dei 100 anni del nostro Liceo Classico nel 2005.

Riproponiamo quella chiacchierata con Andrea Castino, all’epoca redattore, per un ultimo omaggio ad un vero magister. 

 

Ore 16:00 di un sabato pomeriggio come tanti. Il cielo è sereno, l‘aria calda, il sole splende.

Ci troviamo all’ingresso di una signorile palazzina in centro città.. Suoniamo il campanello ed una gentile voce ci invita a salire: il professor Ramella ci sta aspettando Incontriamo così un’allegra persona, snella, capelli corti ed ingrigiti. Ci accoglie nel suo studio: al centro la scrivania, ricolma di libri, lungo la parete di sinistra un divano. Di fronte a questo una libreria, ovviamente strabordante di pubblicazioni, e un ampio armadio. Di fianco alla porta la poltrona e la sedia su cui ci fa accomodare.

Così cominciamo con le domande. Ogni tanto capita di guardare il cielo fuori dalla porta-finestra posta sul lato opposto dello studio.

Inizia raccontandoci che si è iscritto a Valsalice nel 1946, la guerra era finita l’anno prima e ricorda che spesso era stato problematico recarsi al San Giovanni Evangelista, l’istituto in cui ha ricevuto l’istruzione media. La scelta di frequentare Valsalice non è stata influenzata dai genitori che hanno rispettato la sua scelta, avvenuta durante la terza media, di diventare insegnante di lettere.

“All’ora a Valsalice il liceo scientifico non esisteva ancora, erano funzionanti ben tre classi di classico: due per gli interni e uno per gli esterni come me. Le lezioni avevano inizio alle ore 9:00 e terminavano all’una. Nel triennio vi erano anche alcuni rientri pomeridiani, alle 8:00 veniva celebrata la messa per tutti gli allievi”.

In quegli anni era direttore don Evaristo Marcoaldi, salesiano romano ricordato dal professore per il tatto, la cultura e la diplomazia. Nello stesso quinquennio si sono avvicendati due presidi: don Giuseppe Perissinotto e don Aldo De Filippi. Esisteva anche un’importante figura: il catechista. In questa carica si sono alternati don Sardo, don Chiappotto, don Bava e don Bonello.

Alla domanda cosa le ha lasciato Valsalice, il professore risponde che gli ha dato una marcia in più. “Non si era mai sicuri di non essere interrogati. Allora non esistevano le programmate ma le doppiette e a volte anche le triplette. Valsalice mi ha insegnato a mettere in pratica la parabola dei talenti. Gli insegnanti ti spingevano, come si fa con un purosangue, a dare sempre il meglio. La scuola era selettiva, ma educativa, improntata sull’etica salesiana: guardate quel quadro, lo riconoscete? è don Bosco. Se è appeso nel mio studio vuol dire che qualcosa mi ha lasciato” dice sorridendo.

Passando ai ricordi più precisi sui professori, assegna il premio del professore più simpatico a pari merito a don Alberto Coyazzi e don Corrado Casalegno. Il primo, filosofo e scrittore, faceva della semplicità d’animo la sua arma di comunicatività. Riusciva a non farti pesare la sua immensa cultura. Il secondo era un vero e proprio comico. Infatti, trovando qualche spazio tra i suoi studi di storia ed egittologia, scrisse un libro sui modi di raccontare le barzellette. La sua era un’allegria salesiana, educativa, basata sulla piacevolezza della vita.

Il professore ci risponde con grande sicurezza, senza vacillare sul ricordo di nomi e date, ma è spiazzato alla richiesta della descrizione di un episodio divertente accaduto in quegli anni. Dopo una breve riflessione risponde di ricordare con gioia gli esercizi spirituali primaverili, una delle poche interruzioni degli studi, le animate discussioni, che potevano durare un’intera giornata, sulla domenica calcistica, e la volta in cui era stata marinata la scuola per vedere il Giro, simbolo di un paese che voleva rinascere dopo la Guerra.

Cosa avrebbe volentieri cambiato a Valsalice e cosa avrebbe voluto che non fosse mai stato cambiato?

Domanda troppo facile e scontata. “Sicuramente il rigore scolastico è il pregio migliore di Valsalice, ma allora peccava un po’ per la preparazione politica: uscendo si incontravano ragazzi ben più esperti  sull’argomento. Comunque ho potuto recuperare le lacune in breve tempo”.

Il professore ci ha poi illustrato un’interessante teoria rispetto all’apertura di Valsalice al sesso femminile, avvenuta a metà degli anni ’80. Commentando l’avvenimento lo ha ironicamente descritto come fine di un certo clima da caserma, mal interpretabile dall’esterno, e come fattore liberatorio degli elementi femminili presenti in ogni uomo. E’ stato quindi una grande svolta educativa.

Se è vero che era sentita la mancanza femminile è anche vero non era ritenuta necessaria la presenza di una pubblicazione interna, quale è oggi “Il Salice”. Ricorda comunque che nelle scuole pubbliche erano presenti dei giornalini.

Il professore più severo?

“Tutto il corpo docenti era molto esigente, ma don Bava e don Perissinotto sono considerabili, ex equo, i più severi. Avevano qualità complementari, facevano della severità la loro arma principale, ma una severità particolare, sempre imparziale, giusta, che non tagliava mai i rapporti con lo studente. Erano sempre pronti a riconoscere i propri errori e non scadevano mai in facili pregiudizi. Sono stati i modelli che ho sempre cercato di seguire”.

Cambiando argomento ci spiega che ha sempre tenuto in grande stima Valsalice per la coerenza del progetto educativo salesiano. Approva questo in tutti i suoi punti: dal prevenire, non reprimere fino all’uso, nel rapporto con i ragazzi, di autorevolezza non di autorità.

Per par condicio loda la pluralità e l’universalità dell’educazione, ovviamente laica, di licei quali il D’Azeglio. Termina dicendo che “se Valsalice non esistesse ne sarebbe toccata la città”. Allo stesso tempo ricorda all’Istituto centenario di guardarsi attorno e collaborare con il territorio.

Iniziando una delle tante domande con: “Lei che è una grande personalità nel campo letterario”, veniamo interrotti ed il professore, con umiltà, dice: “Grande personalità… ho fatto alcuni studi…” Esposto il quesito, ci riferisce che l’istruzione ricevuta a Valsalice ha influito in modo decisivo in quanto l’educazione al rigore metodico gli ha facilitato gli studi universitari e lo ha sempre portato ad una ricerca continua. La sua ammirazione per Valsalice lo porta a definire l’istituto come “tempio a Socrate, il filosofo che diceva che una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”.

Fino ad ora ha sempre parlato bene di Valsalice, ma avrebbe, anche in base alla sua grande esperienza nel campo scolastico, qualche suggerimento per il futuro dell’istituto?

Rimanere fedele alla tradizione” ci risponde deciso. “Non deve perdere l’identità che, come ho già detto, lo rende unico. Ovviamente questa fedeltà non deve trasformarsi in una chiusura, come negli anni’50, verso l’esterno perché il mondo sta cambiando, si sta globalizzando, con effetti che possono essere positivi o negativi, ma comunque da affrontare”.

Alla richiesta di tre aggettivi per Valsalice, dopo una breve riflessione, risponde così: “Severo, gradevole ed allegro”, facendo riferendosi allo stile educativo.

Il sole sta ormai tramontando, una piccola pausa per accendere la luce. Ricordandogli che il 2005 segna il centenario del liceo classico e gli chiediamo di esprimere un augurio. “Sarò breve: Valsalice, sii te stesso!”

Sull’onda dei commenti sul centenario chiediamo al professore qual è la ricetta che ha reso questo liceo così longevo. Riceviamo una risposta da vero appassionato di letteratura. Infatti ritiene che l’arma di Valsalice sia un preciso insegnamento del Latino e del Greco, principali promotori di cultura e civiltà.

Ammesso che Valsalice ha una grande tradizione, ci interessiamo e cerchiamo di sapere come è visto dall’esterno. “I docenti lo stimano molto indipendentemente dall’impronta religiosa che può dare agli allievi. Al contrario per la maggioranza degli studenti è troppo severo è rigido”.

Tornando all’ambito più personale ci spiega che anche da Preside del D’Azeglio ha sempre intrattenuto ottimi rapporti con Valsalice. Ha infatti collaborato e partecipato a numerosi convegni, tra qui quello sul nichilismo e quello sul rapporto tra uomo e macchine, e ha spesso cooperato per numerose edizioni del Certamen. Tutt’oggi mantiene ancora stretti rapporti con svariati elementi della comunità valsalicense tra cui ricorda don Cipriano e soprattutto il professor Uglione.

 

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