• lunedì , 12 novembre 2018

Tra guerra, strazio e marionette

Il fatto che per noi italiani sia molto più importante che Cristiano Ronaldo sia venuto alla Juventus piuttosto che la guerra civile in Siria, sembra potersi giustificare con un “tanto è lontana”, o, ancora peggio, con un “lì ne hanno sempre una”.

Iniziata nel 2011 con delle rivolte pubbliche contro il governo, il conflitto si è poi sviluppato in una vera e propria guerra civile nel 2012.

I dati a riguardo sono chiari: quasi settecentomila soldati, circa cinquecentomila morti (di cui più della metà minori di 18 anni), sei milioni di emigrati. Sei milioni non sono uno di quei barconi che arrivano a Lampedusa, sei milioni di persone sono tante, troppe. La metà della Siria è andata altrove per vivere, che fosse in uno stato vicino oppure totalmente dall’altra parte del mondo, migliaia di persone hanno abbandonato la loro realtà per riuscire a sopravvivere.

Il Libano ospita 976.000 profughi salvati dal conflitto siriano. Più della metà di loro sono bambini. In tutta la regione, più di un milione di rifugiati sono nati dopo lo scoppio della guerra, il che significa che non hanno conosciuto altro che dolore, conflitti e quell’enigmatico esilio che li ha portati fino a lì. Bambini che non capiscono perché se ne sono dovuti andare dalle loro case, dai parchi, perché hanno abbandonato tutti i loro giocattoli. Un mare di dubbi, di domande a cui probabilmente neanche gli adulti sanno rispondere.

In un villaggio nel Nord del Libano un rifugiato siriano di ventotto anni semplicemente con una piccola tenda e delle marionette fa riscoprire ai più piccoli e non solo la storia e le ricchezze del suo paese natale. Jassem, così si chiama ‘l’uomo delle marionette’, usa i suoi pupazzi per riportare in vita un paese che molto spesso i piccoli profughi non hanno mai conosciuto. Tutto ciò che questi bimbi sanno sul loro paese è la guerra e lo spargimento di sangue, ma, come ha detto Jassem, i giovani sono il futuro della Siria, ed è inaccettabile che non conoscano la storia, le danze popolari, i governatorati, chi ha fatto del bene e chi ha fatto del male al loro paese, le tradizioni e i monumenti importanti.

Inoltre il ventottenne, ex-insegnante di educazione fisica, ha ammesso che molto spesso i bambini si divertivano facendo anche domande intelligenti, mentre i genitori scoppiavano in lacrime, sentendo riaffiorare i ricordi di una patria, di un patrimonio culturale caduto in mano a persone sbagliate, i ricordi della loro infanzia, della loro vita, della loro casa, probabilmente ormai distrutta.

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