• giovedì , 20 settembre 2018

Ellis Island: un modello di accoglienza e integrazione

Ellis Island: un’isola di 0,13 chilometri quadrati di fronte a New York che per molti anni, dal 1892 al 1954, è servita da ufficio di immigrazione per gli Stati Uniti. Da quando ha cessato di essere utilizzata conobbe un lungo periodo di degrado, fino a quando, nel 1984, iniziarono i lavori di restauro, e nel 1990 fu di nuovo aperta al pubblico, ma questa volta come museo.

Durante il suo periodo di attività, l’isola ha visto metter piede sul suo territorio una quantità incredibile di immigrati provenienti da diversi angoli del mondo: Europei dall’Italia, dalla Francia, dall’Inghilterra, dal Belgio, e anche Sudamericani, Indiani e Russi. 12 milioni furono le anime la cui vita venne cambiata dallo sbarco sul suolo americano.

L’aver toccato terra non significava però acquisire direttamente la cittadinanza (come invece accadeva prima degli anni cinquanta dell’Ottocento): dopo un viaggio sfiancante per attraversare l’Atlantico, stipati nelle barche per più settimane, i migranti venivano portati a terra per essere sottoposti a vari controlli. I passeggeri di prima e seconda classe venivano visitati e interrogati direttamente a bordo, mentre quelli di terza classe erano trattenuti sull’isola. Questo perché i primi, avendo potuto comprare un biglietto costoso, non costituivano un rischio di essere un peso per lo Stato, e dunque erano accolti più facilmente, mentre i secondi erano sottoposti a stringenti controlli in merito alle loro concrete prospettive di lavoro. Ma in media, fortunatamente, ogni passeggero rimaneva un massimo di cinque ore sull’isola, per poi incamminarsi verso un mondo nuovo e nuove possibilità.

I controlli più strettamente legali avvenivano nella Sala Grande, dove i migranti dovevano rispondere a 29 domande, tra cui il nome, il luogo di provenienza e gli eventuali contatti negli Stati Uniti, e poi erano visitati dal personale sanitario. Si dice che i medici di Ellis Island riuscissero a individuare la presenza di eventuali malattie in soli sei secondi, e nel caso ne avessero trovate, i migranti malati passavano in una vero e proprio ospedale presente sull’isola. Un’esempio dell’eccellente livello di accoglienza si può trovare nel trattamento riservato ai bambini, che erano accuditi da volontari di numerose associazioni che li istruivano e insegnavano loro la lingua. Sull’isola i malati venivano curati, ma se si fossero rivelati contagiosi, sarebbero stati rimandati nel paese di provenienza a bordo della stessa nave con la quale erano arrivati. Peraltro solamente il 2% di tutti i migranti fu effettivamente rimandato a casa.

Un tale tasso di accoglienza sul suolo statunitense pare appartenere a un passato molto lontano. Infatti gli Stati Uniti, paese conosciuto in tutto il mondo come la ‘terra in cui è possibile realizzare propri sogni’, o meglio il ‘sogno americano’, hanno recentemente cambiato le leggi riguardanti l’immigrazione. La politica attuata nei confronti dei migranti, soprattutto quelli provenienti dall’America Latina, dal presidente Trump, è oggetto di aspre critiche, sia interne che dall’Estero: gli Stati Uniti sono uno stato nato da immigrati e il 98% degli abitanti discende da migranti. Eppure il nuovo assetto normativo e politico considera gli stranieri latino-americani soggetti indesiderabili, al punto da essere imprigionati e separati dai figli e dai familiari. Si arriva al punto che, se gli immigrati vengono sorpresi sprovvisti di regolari documenti di soggiorno, vengono rimpatriati coattivamente anche se abitano negli USA da molti anni.

Tutto ciò sembra essere molto distante dalla politica di accoglienza e integrazione che caratterizzava gli Stati Uniti ai tempi di Ellis Island, quando gli immigrati erano ben accetti e, al loro approdo in territorio statunitense, ricevevano il benvenuto dalla Statua della Libertà, eretta su un isolotto situato proprio accanto ad Ellis Island come simbolo di libertà, speranza e apertura allo straniero.

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