• mercoledì , 21 novembre 2018

Notre dame de Paris, dalle pagine al palcoscenico

di Daniela De Zen

“È una storia che ha per luogo Parigi nell’anno del Signore, 1482. Storia d’amore e di passione”.  Ed è così che tra le prime note de “Il tempo delle cattedrali”, il poeta filosofo Pierre Gringoire introduce al pubblico la storia senza tempo di una Parigi medievale cupa, pagana, tumultuosa. Una Parigi che il 6 gennaio del 1482 si sveglia al frastuono delle campane. Esattamente trecentoquarantotto anni, sei mesi e diciannove giorni prima che Victor Hugo ne racconti la storia, come tiene a precisare nelle prime righe del romanzo.  Questa stessa storia viene ripresa centosettantadue anni dopo Hugo, nel 2002, quando da più di seicento pagine prende vita un musical, in cui l’intreccio originale, pur adattato, mantiene la sua autenticità.

Come suggerisce il titolo, la protagonista è la cattedrale di Notre Dame, che viene considerata simbolicamente il centro della città. La sua presenza fa da sfondo a tutti i particolari melodrammi che caratterizzano la mutevole Parigi del tempo. La sua pietra è dura come realtà, come afferma Gringoire, dura come il cuore dell’arcidiacono Frollo, dura come l’ananke, la Fatalità, parola greca che Hugo affermò di aver letto incisa su una delle due torri della cattedrale  e che secondo lui sta a fondamento dell’opera.  A dar la voce a Notre Dame è il celeberrimo Quasimodo.  Il campanaro, gobbo, zoppo e sordo, vive nascosto. Si dice che persino la sua anima sia prigioniera entro mura di pietra. Tutto il suo amore che Esmeralda, la bella zingara, non comprende e non accetta, lo dichiara alle sue campane. Le sue amanti, i suoi amori, le sue amiche. Vorrebbe farle ballare, cantare, far sì che con il loro suono possano dire al mondo che finché vive Esmeralda, vive anche lui.

La giovane ingenua è una bellissima fanciulla orfana, giunta a Parigi insieme ad un gruppo di zingari, i cosiddetti clandestini, capitanati da Clopin. Ella si innamora perdutamente di Febo di Chauteaupers , il capitano degli arcieri del re, mandato dallo stesso Frollo a fare strage di coloro che vengono definiti banda di miserabili straccioni. Febo però, dimentico della sua promessa sposa Fiordaliso, viene ammaliato da Esmeralda, la quale susciterà persino nell’animo dell’arcidiacono una violenta, travolgente e perversa passione. Verrà infatti definita da Frollo come il demonio che si è incarnato per strappargli gli occhi via da Dio, come colei che passa per la bellezza più profana.  Il romanzo dà molta importanza al contesto  storico, ai tumulti e al cambiamento a cui deve far fronte la capitale parigina.

Alle “rivoluzioni che trasformano tutto ad eccezione del cuore umano”. Il musical parla delle intricate vicende dei personaggi dando meno peso alla cornice storica, ma focalizzandosi sulle loro passioni e sulla loro psicologia. La statuaria Notre Dame che in un contesto di progressi e transizioni rimane immutata, viene qui intesa come una silenziosa e impotente osservatrice delle trame che si svolgono sotto i suoi occhi scrutatori. Di sicuro un aspetto su cui sia il libro, sia lo spettacolo concordano appieno è l’unicità, la purezza e l’innocenza dell’amore provato da Quasimodo per Esmeralda, condannata a morte da Frollo, che giura di maledirla finché avrà vita, ripudiata da Febo “bello come il Sole”, che giura di ucciderla per ritrovare la pace con Fiordaliso. Nell’emozionante ultimo brano dello spettacolo, con il cadavere della sua amata tra le braccia, Quasimodo le chiede di ballare ancora, mentre le dichiara il suo amore eterno, che “vive e fa morire”.

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