• domenica , 20 Gennaio 2019

“Il troppo non stroppia”


Uomini che pensano, vogliono e si convincono di essere Dio, uomini onniscienti. Alla base, il problema fondamentale che li contraddistingue è il rifiuto e la negazione del limite, atteggiamento che impedisce di trovar risposte a ciò che risposte non ha: l’esigenza di pienezza del loro cuore. Per di più, questa inconsapevolezza offusca la vista e rende cieco l’uomo, che non riesce a riconoscere la vera bellezza, per cui essa viene banalizzata ed è soggetta al relativismo o succube della mentalità dozzinale e commerciale.

L’uomo ha paura di non trovare il senso della vita e di conseguenza non ammette la propria piccolezza di fronte alla vastità dell’universo, la sua finitezza rispetto all’ infinito, il suo essere umano, non divino. Lo stesso Alcmeone di Colofone dicendo “Delle cose visibili e delle cose invisibili solo gli dei hanno conoscenza certa; gli uomini possono solo congetturare” ribadisce quanto l’uomo possa solamente costruire una conoscenza inferiore rispetto a quella divina.

D’altro canto, la vera consapevolezza del limite consente all’uomo di stupirsi di fronte alla grandezza, all’imminenza e alla straordinarietà del mondo che, tuttavia, come l’Eden per Adamo ed Eva, è un eccesso per essere goduto. È un di più, un troppo. Per ciò, si va a formare la “società del troppo”, che spinge l’uomo a pretendere sempre di più, senza essere mai veramente soddisfatto di quello che ha. Tutto e di più. Tutto e subito. Tutto a tutti.Perché si ha paura di ciò che è grande e magnifico, tanto da rintanarsi nella superficialità effimera e materiale che può essere vissuta dall’uomo, dalla sua limitatezza, dalla sua piccolezza, perché limitata anch’essa. Esempio icastico di questo concetto è la diffusione delle nuove tecnologie, attraverso le quali l’uomo si affanna a riprodurre e creare altri simili, ma invano. Questo, infatti, è un potere esclusivamente divino, che non può essere racchiuso nel limite umano, perché non può essere contenuto in un essere finito quale l’uomo. Ma anche gli stessi social sottolineano l’inconsapevolezza del limite. Essi cercano di creare un mondo ancora più “cosmopolita” in cui tutto è possibile, in cui l’uomo si rintana, crede di potere e di conseguenza osa, ma senza accorgersi di ciò che realmente è: un individuo limitato. Come gli Egizi e inizialmente anche i Greci che rappresentavano la realtà a vantaggio dell’occhio umano, per cui essa era logica, ma non realista, così fanno i social: usano convenzioni che rendono ogni modo di vedere la realtà un falso, una copia dell’originale.

Questo mondo virtuale che oltre a rendere la vita apparentemente bella, la rende apparentemente facile, perché è immediato “conoscere” una persona, perché si hanno tanti “amici”, perché come uno specchio riflette la nostra immagine “migliore” ai nostri occhi, fa sì che i giovani si ritengano padroni di un mezzo che falsifica la realtà, poiché si sa: una persona non si conosce attraverso un social, i cosiddetti “amici” molto probabilmente quasi non sono che lontani conoscenti, il mostrarsi “migliori”, in realtà, è solo paura di essere se stessi . Tutto questo mondo virtuale concretizza il “kalós kaì agathòs”, quella finta bontà e bellezza che idealizzano l’uomo riconducendolo al divino. Ma è impensabile concepire con il limite umano ciò che limite non ha, il divino appunto.

Questo eccesso, questo troppo che spopola asseconda senza dubbio anche il tempo.Una corsa contro il tempo in cui sembra avere la meglio chi accelera, chi corre e va di fretta e l’importante è far sempre di più, in sempre meno.Così facendo ci si ritiene capaci di essere in ogni luogo, per cui “ovunque sei, sei ovunque” andando ad accentuare quell’ego che si considera onnipotente. Il fermarsi non è più concepito. Il domandarsi non è più concepito. Lo stupirsi non è più concepito. Nella società del troppo si accentua la sempre più onnipotenza dell’uomo, attraverso la quale, l’uomo, ritiene quel troppo di regola, per cui “Il troppo non stroppia”.

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