• mercoledì , 20 Febbraio 2019

Università in Italia, perchè no?

Qual è la scelta giusta per l’Università? Vale la pena studiare all’estero? Quali sono le mie possibilità dopo?  Risponde a queste domande Mario Campanelli, docente di Fisica delle particelle presso lo University College di Londra e ricercatore presso il CERN di Ginevra come membro della collaborazione ATLAS. Autore di 1400 pubblicazioni scientifiche, ha inoltre scritto il libro “Dal protone al bosone di Higgs: nel grande acceleratore del CERN”.

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Quali sono stati i suoi studi? 

Dopo il Liceo Scientifico ho scelto la facoltà di Fisica all’ Università “la Sapienza” di Roma e mi sono laureato in fisica delle particelle.

L’ Università italiana è stata per lei un’ esperienza positiva?

È stata senz’altro un’ottima esperienza, infatti ai miei tempi era un corso di studio difficile in un ambiente competitivo. Inoltre i professori erano molto esigenti.

Si nota la differenza tra l’insegnamento nelle università italiane rispetto a quelle inglesi?

La differenza a livello formativo tra gli studenti inglesi e quelli italiani è enorme. I nostri studenti, nel campo della Fisica arrivano all’Università molto più preparati, perciò il livello dei corsi che io fornisco è molto più basso rispetto ai corsi che ho seguito da studente. Ho insegnato anche in Svizzera e ho trovato che il livello di preparazione è migliore di quello inglese, ma comunque inferiore a quello degli studenti italiani.

Quindi lei pensa che i licei inglesi forniscano una preparazione di livello più basso?

Assolutamente sì, trovo che i Licei italiani, dal punto di vista scientifico diano un’ottima preparazione. C’è però da dire che in Inghilterra gli studenti svolgono varie attività extracurricolari, come ad esempio periodi in azienda e attività nei club.

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I suoi corsi sono frequentati anche da studenti italiani?

Sì, molto pochi. Dei duecento studenti a cui insegno, tre o quattro sono italiani. Penso che come conseguenza della Brexit ci sarà un calo ulteriore della presenza straniera nelle Università inglesi. Sicuramente il costo delle tasse d’ iscrizione non è da sottovalutare, sono circa novemila sterline l’anno, al cambio attuale circa dodicimila euro. Personalmente penso che non ne valga la pena.

Quindi non è necessario un livello di competenze molto elevato per andare a studiare in un’Università anglofona?

Se si parla di Università anglofone bisogna distinguere tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Anche negli Stati Uniti il livello di preparazione degli studenti è abbastanza basso. Fanno eccezione le università più prestigiose come Harvard e Princeton dove il livello degli allievi è migliore.

È consigliabile su queste basi per uno studente del Liceo Classico iscriversi ad una facoltà scientifica in Inghilterra?

È fattibile, ma è naturalmente essenziale la conoscenza della lingua.

In Inghilterra i laureati in materie umanistiche sono molto più richiesti che in Italia?

Non è il mio campo, però è oggettivo che ce ne siano molti di meno. Di conseguenza chi ha una laurea in materie umanistiche trova lavoro più facilmente che in Italia.

Riassumendo lei consiglierebbe a uno studente italiano di laurearsi in Gran Bretagna?

No, io consiglio di studiare in Italia per una questione di qualità degli studi e di costi: alcuni studenti si trovano con cinquantamila sterline di debito alla fine degli studi. Invece, se si è ammessi alle università di Cambridge o Oxford, vale la pena provare  per il loro prestigio. Occorre però essere molto dotati perché di per sé non garantiscono della qualità della formazione. Consiglio invece un dottorato o un master all’estero.

Consiglierebbe invece ad un Inglese di laurearsi in Italia?

Sì, però avrebbe difficoltà a farsi assumere da imprese inglesi, perché in Inghilterra c’è un atteggiamento di chiusura verso chi ha un titolo di studio preso all’ estero.

Un titolo di studio preso all’ estero ha più prestigio di uno italiano?

Non necessariamente anche perché in Italia le conoscenze hanno un peso importante nella ricerca di un lavoro.

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