• martedì , 26 Marzo 2019

La diversità: ciò che ci accusano di essere o ciò che siamo?

Diverso, dal latino divertere cioè deviare; ciò che rende un oggetto diverso da un altro e una persona diversa da un’altra, molte volte con conseguenze spiacevoli.

Adam Ferguson, mostra World Press Photo 2018

Essere diversi non è sinonimo di inferiorità, come molti pensano, ma semplicemente essere se stessi. Spesso le differenze sono il motivo scatenante di bullismo o razzismo. Questi tipi di comportamenti sono presenti nelle famiglie, nelle scuole; praticamente ovunque. Non è giusto essere puniti per qualcosa che fa parte della propria vita: la diversità non è una scelta, non si può scegliere di essere nati in un certo modo, in una determinata condizione o con un preciso orientamento sessuale; ci si deve convivere, si può cambiare, è vero, ma alla fine la natura che si ha è quella con la quale si è nati e reprimerla sarebbe un errore. Si può pensare alle persone diversamente abili, che nascono così. Non scelgono, non ne hanno le possibilità, e perché allora sono oggetto di scherno? Perché altri vogliono erigersi al di sopra di queste persone, ma questo non è né giusto né accettabile. Parole di scherno esistono per ognuno di noi: alcune per gli individui di sesso femminile, altre per quelli di sesso maschile, alcune per coloro che non hanno la nostra stessa carta d’identità. Non è neppure necessario citarle perché le conosciamo bene: le sentiamo sfrecciare sui treni, ogni giorno fra i ragazzini delle medie per gioco e fra gli adulti sul serio… e nessuno si stupisce.

Quasi sempre il termine “diversità” ha una connotazione semantica negativa. Per molti infatti la diversità non è sinonimo di ricchezza; il diverso è il pazzo; il drogato, il diversamente abile, l’emigrato; il diverso è colui che in realtà ci fa paura. Purtroppo la nostra cultura ci ha abituato a pensare al diverso con un senso di disprezzo e come un qualcosa di anomalo quando poi non ci rendiamo conto che le differenze sono ciò che rendono il mondo un posto interessante in cui vivere. Quindi in realtà non vi è un vero e proprio “diverso”, siamo noi che con le nostre azioni e i nostri comportamenti lo rendiamo tale, credendo con arroganza di non aver nulla di nuovo da imparare dagli altri.

È nell’occhio umano la particolarità di percepire il diverso? Possiamo conoscere il diverso solo dopo aver scoperto la nostra identità, la nostra essenza, dopo averla accettata e riconosciuta come “giusta”. La natura avrebbe potuto risolvere molti problemi facendoci nascere tutti “strani”, diversi, dentro e fuori, così che il primo sguardo di un bambino incontrasse qualcosa di profondamente distante da quello che sarebbe stato il suo riflesso e non avesse avuto tempo di definire il “diverso” come il diverso da sé. Eppure sembra che l’uomo non riesca a mettere da parte ciò che non gli somiglia, a guardare sotto gli strati di disuguaglianza, a spogliare il prossimo a se stesso dei colori, degli idiomi, delle tradizioni, della religione, del modo di muoversi, dell’orientamento sessuale, delle abilità e disabilità. Abbiamo bisogno del contrasto, ci serviamo delle tinte diverse da quelle che ci contraddistinguono per emergere e per affermarci. Sappiamo chi non siamo: non siamo immigrati, non siamo omosessuali, non siamo ebrei, non siamo zingari, non siamo disabili. Verrebbe da dire: siamo normali.

Come disse Wiesenthal: “La diversità è sempre stata madre di disuguaglianza, la disuguaglianza è madre di invidia. Invidia  per chi è “normale”, per chi non ha bisogno di trasformarsi o di fingere per essere accettato. E l’invidia reca con sé l’odio che nega il perdono.” Levi rispose alla sua riflessione: “Quale uomo ha diritto di sottrarre la “normalità” ad un altro? Come poté una massa di uomini accettare che altrettanti venissero rinchiusi perché diversi? È forse questa la normalità? Quale colpa risiede nel cuore di chi è diverso? Quando una violenza, un’offesa è stata commessa , è irreparabile per sempre e il prezzo è pur sempre un’offesa a sua volta, ed una nuova sorgente di dolore.”

Come, Levi affermò, l’attitudine umana alla discriminazione ed alla violenza incanalata verso quanti identificati come intrusi alla luce della loro presunta differenza non deriva, forse, allora, dalla nostra stessa natura quanto piuttosto dal nostro essere stati “educati male”. È allora quanto più nelle nostre mani e nelle nostre scelte la possibilità di migliorare le relazioni o incappare negli errori distruttivi del passato. Sta a noi far in modo che nessuno, un giorno, ci debba perdonare; siamo noi che dobbiamo fare la differenza attraverso la promozione dell’empatia, perché questa ci permette di entrare in sintonia con i sentimenti dell’altro, ma questo risulta difficile se non si è abituati ad entrare in contatto con le nostre emozioni, a riconoscerle e a gestirle.

Scarpette rosse nel campo di concentramento ad Auschwitz

“Colui che differisce da me, lungi dal danneggiarmi mi arricchisce…la nostra unità è costituita da qualcosa di superiore a noi stessi – l’Uomo.” (Antoine de Saint-Exupéry)

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