• sabato , 25 Maggio 2019

Dignità e parità al di là delle parole

di Beatrice Benadì e Diletta Pogliano

Costruire un nuovo paradigma culturale e sociale, per dare alle donne le opportunità finora limitate.

L’incarico primario di difendere e procurare il reddito necessario alla sopravvivenza è una delle leve consolidate nella Storia, su cui gli uomini hanno potuto far leva per mantenere il potere. Nella struttura “classica” della vita sociale, è sempre stato deputato all’uomo il compito di procurare cibo e sostentamento alla famiglia. Questa architettura è però sottoposta negli ultimi decenni a spinte di senso diverso, perché nella popolazione femminile, soprattutto nei Paesi occidentali, la percentuale di donne che lavorano in aziende e uffici è in costante crescita, e la loro convinzione di avere un valido e giustificato diritto alla vera “parità di genere” sul posto di lavoro è crescente. 

La disparità economica di “genere”, influenzata da secoli di cultura androcentrica, si concretizza in ambito lavorativo con stipendi differenti (fino al 30%, secondo il Wef -World Economic Forum), con contratti che frequentemente scoraggiano una eventuale maternità, con prospettive di carriera che vedono le donne relegate a co-protagoniste. Avere parità di trattamento in ambito lavorativo significa concedere un senso di piena dignità che i salari attuali non offrono.

Considerando che oltre metà della giornata, per chi lavora a tempo pieno, viene passata all’interno del posto di lavoro, alle donne che svolgono ruoli simili a quelli maschili può succedere di sentirsi quotidianamente non riconosciute in modo adeguato, a livello economico e sociale, nel loro ruolo.

Se poi invece una donna non è portatrice di un guadagno nel nucleo famigliare, perché non svolge un lavoro (se non quello casalingo…), si riscontra facilmente uno squilibrio non solo economico, ma anche psicologico della donna, all’interno della coppia. In questo contesto è purtroppo ancora più facile per alcuni uomini approfittare della sudditanza della donna, commettendo violenza psicologica o fisica, quando essa non segua le indicazioni precise che le giungono dal compagno; e quand’essa desideri trovare un lavoro per avere maggior indipendenza, ciò viene interpretato come una minaccia al rapporto esistente.

La violenza contro le donne è purtroppo radicata nei rapporti di potere ineguali tra i due generi, ed è strettamente collegata alle disuguaglianze vissute dalle donne in vari ambiti, dal lavoro, alla salute, al potere economico, all’accesso alla conoscenza e alla possibilità di disporre liberamente del proprio tempo. 

Riflettendo su una percentuale del 32% delle donne dai 16 ai 70 anni (7 milioni circa, fonte Istat) che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica, psicologica o sessuale, stalking o molestie, viene spontaneo pensare che la percezione sociale della gravità di questa situazione non sia adeguata. E non sottovalutiamo un altro numero: un femminicidio ogni 3 giorniIn Italia oltre 20.000 donne ogni anno cercano sostegno per uscire dalla violenza e ricostruire la propria vita, mentre i centri antiviolenza denunciano crescenti difficoltà, mancanza di fondi, un incremento della rivittimizzazione secondaria nei tribunali, dove la violenza subita torna a essere colpa della donna che l’ha denunciata.

La relazione tra “parità di genere sul piano economico” e la violenza psico-fisica ai danni delle donne è presente perché l’indipendenza economica di una donna le consente di costruire attivamente uno schema di azioni e pensieri nel quale essere pienamente padrona delle proprie decisioni. Avere il controllo sulle proprie finanze consente ad una donna di decidere e guidare i propri passi con sicurezza e serenità.

La tenacia e la resistenza tipica dell’essere femminile sono poi i punti di forza su cui le donne possono contare per affrontare difficoltà che paiono insormontabili.

Abbiamo avuto tutti grande emozione nel vedere alcune figure femminili svettare in modo netto per le loro qualità e i grandi risultati ottenuti. Donne forti come Rita Levi Montalcini (1909-2012), Premio Nobel per la Medicina 1986, che in anni tremendi nei quali ogni forma di civiltà e di rispetto per la vita umana erano compromessi, ha sfidato pregiudizi e ostacoli, per sviluppare importanti ricerche sul sistema nervoso centrale. http://www.ritalevimontalcini.org/

‘ Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale della società’. 

Malala Yousafzai, (nata il 12 luglio 1997), Premio Nobel per la Pace 2014, (www.nobelprize.org/prizes/peace/2014/yousafzai/lecture/ ) ragazza pakistana, che a 11 anni (nel 2012) si oppose fieramente al regime talebano, contrario ai diritti delle donne, per difendere il diritto allo studio dei giovani pakistani. Fu oggetto di attacco armato e rischiò la vita, ma fu poi curata e sopravvisse, diventando simbolo per la difesa del diritto all’istruzione. www.malala.org/

Nessuna lotta può concludersi vittoriosamente se le donne non vi partecipano a fianco degli uomini. Al mondo ci sono due poteri: quello della spada e quello della penna. Ma in realtà ce n’è un terzo, più forte di entrambi, ed è quello della donna’.

Samantha Cristoforetti, (nata il 26 aprile 1977), prima astronauta italiana ad aver partecipato nel 2014 a missioni spaziali, ha operato per 199 giorni a bordo della ISS (International Space Station). Il capo di Stato a Parigi in videoconferenza con lo spazio le chiese se avesse mai trovato, proprio per il fatto di essere donna, ostacoli o difficoltà in particolare.

Il mio augurio – la risposta – è che sempre più donne nel nostro Paese abbiano forte l’aspettativa che avevo io da bambina: che non c’è da aspettarsi ostacoli e difficoltà particolari’.

Samantha Cristoforetti

Franca Rame, (1929-2013), eroina moderna armata di sole parole. Attrice, drammaturga e politica italiana è stata figlia d’arte, entrambi i genitori erano infatti attori. Entrò nel mondo dello spettacolo già da bambina ma il motivo per cui è maggiormente conosciuta è la sua attività nel movimento femminista che la portò nel 1973 ad essere stuprata da cinque uomini appartenenti all’area dell’estrema destra. E’ un periodo storico in cui non si parla volentieri di violenza sessuale, le vittime vengono colpevolizzate dell’aggressione subita e si tende a mettere tutto a tacere. Franca Rame decide però di ribellarsi, raccontando pubblicamente la sua storia in un monologo agghiacciante chiamato ‘Lo stupro  del 1975. Inizialmente l’autrice non rivela di essere la protagonista del monologo e racconta di essersi ispirata ad una testimonianza tratta da Quotidiano donna, successivamente invece ammetterà la verità, dimostrando una straordinaria forza interiore e schierandosi apertamente contro lo stupro e la violenza sulle donne. Ha dimostrato con la sua arte che era più forte di qualsiasi violenza e che non si sarebbe mai arresa al silenzio politico ed esistenziale, che non avrebbe mai smesso di essere una donna scomoda e che, soprattutto, non avrebbe mai imparato a stare al suo posto. Perché il suo posto era lì: nel Mondo, in mezzo alla gente.

Dario Fo, Franca Rame e il figlio Jacopo

Sono quattro esempi di donne che hanno saputo, in epoche diverse, con origini del tutto differenti, spingersi verso l’eccellenza, con sacrificio e fierezza; simboli di energia, di coraggio, di determinazione, in contesti dove normalmente il pregiudizio e le regole vorrebbero le donne in secondo piano.

Nel quotidiano, va difeso il lavoro svolto dai volontari e dagli esperti che aiutano le molte donne che subiscono violenza. In Italia opera da quasi 30 anni in questo campo l’associazione D.i.RE. – (Donne in Rete contro la Violenza) (https://www.direcontrolaviolenza.it). Questa realtà raccoglie 80 centri antiviolenza in Italia, assiste ed accoglie le donne nel loro percorso di uscita dalla violenza. Ma proprio la rete di aiuto alle donne vittime di violenza va sostenuta col denaro pubblico, perché una società che permette che si compiano violenze e soprusi senza prendere provvedimenti, lasciando la tutela delle sue parti ferite all’iniziativa del solo volontariato, dimostra di essere fragile, e non svolge il suo compito primario: il “bene comune”.

Un passo avanti, da compiere al di là della parole e delle buone intenzioni, è che il governo del nostro Paese, e così pure accada nel resto del mondo, si concentri dunque davvero sul mondo femminile e favorisca un cambiamento del sistema educativo, per portare gli uomini, sin dalla loro giovinezza, a guardare alle donne con rispetto e fiducia, cessando di collocarle in un ruolo secondario, a cui di fatto non sono già collocabili, perché già da tempo svolgono molteplici e fondamentali mansioni contemporaneamente. Ciò dovrebbe poi trasformarsi in un pieno riconoscimento della parità di trattamento economico; alle donne che subiscono violenza andrebbe garantita una maggior attenzione e tutela; a chi commette reati in questo ambito va riservata una adeguata e veloce sanzione penale, ed un cammino di riabilitazione psicologico per cambiarne il comportamento: queste azioni salverebbero vite umane, e permetterebbero alla società nel suo insieme di progredire autenticamente.

Un mondo che si dimentica degli anelli deboli della sua catena rischia di perdersi in se stesso, perché solo attraverso il comune impegno ad essere uniti, uomini e donne insieme, alla pari, contro le difficoltà, si può giungere a realizzare pienamente una democrazia “umana”, fatta di concretezza, di solidi princìpi, di equità e solidarietà.

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