• giovedì , 20 Giugno 2019

Un’immagine dietro ogni storia

Tema libero, un foglio di carta, ognuno può scrivere ciò che vuole: l’importante è dare sfogo al sentimento, partendo da un’idea: che la scrittura inizia sempre da immagini. Sotto la guida dello scrittore Stefano Corbetta, autore di due romanzi, di cui uno nella rosa dei candidati del premio Strega, diverse classi sono state avviate ad un corso di avvicinamento alla scrittura, uscendo dall’idea che spesso abbiamo di quest’ultima, come forzata e svogliata, perché la storia vera e propria nasce prima di arrivare alla penna e su un foglio. Resta solo da capire come tramutare le immagini in parole; non è infatti la stessa cosa scrivere partendo da un’immagine o scrivere e basta.

L’esperienza del laboratorio con Corbetta  fa scoprire la necessità di raccontare una storia, quella storia che indubbiamente si può scrivere “di getto” e senza troppi freni, oppure misurando parola per  parola, partendo da immagini e da pensieri. E’ più difficile svelare certi lati di noi stessi, ma di sicuro, scrivendo,  l’autore racconta qualcosa di personale e intimo,  trovandosi a dare voce a delle immagini, a volte a dei personaggi, anche senza ragionare in termini di trama. Infatti, dall’ istante in cui prendiamo in mano la penna, emergono due parti di noi: la parte razionale, che si mette in moto e ci fa scrivere una certa cosa, sulla quale abbiamo ragionato e della quale abbiamo quindi il controllo; e poi una parte che rispecchia la nostra identità più intima, più profonda e che ci permette di imprimere su carta parole, storie delle quali non avevamo idea.

Per esprimere questo concetto in modo immediato, lo scrittore Stefano Corbetta, ha utilizzato un paragone molto efficace, rimandando ad una situazione di quotidianità: “E’ come essere in una stanza, circondati da vapore: nel momento in cui ci guardiamo allo specchio non vediamo niente e poi, ad un certo punto, quando l’umidità si disperde, questo velo scompare e noi pian piano ci vediamo”. Scrivere è la stessa cosa, vuol dire essere di fronte a una pagina bianca, non avere idea di che cosa ne possa uscire e mentre cominciamo la stesura, inizia a venire fuori qualcosa della quale non ci si aspettava e che, magari, non verrà compresa subito, ma dopo una settimana, un mese, due e così via… La cosa importante da capire è che l’atto dello scrivere si basa sul rivelare una parte di noi agli altri.

Il rapporto tra le immagini e le parole è molto stretto.  Il laboratorio ha permesso di scoprire che dietro ad ogni immagine c’è una storia nascosta, pronta a sciogliersi nel modo in cui lo scrittore la visualizza e la focalizza. In ogni fotografia c’è un segreto, ognuna di esse, infatti, se guardata con attenzione rivela sempre qualcosa che prima era sfuggito, ma questo messaggio è qualcosa di puramente soggettivo: ogni immagine parla attraverso un punto “cieco”, un punto oscuro che uno può vedere in un modo ed un altro in maniera diversa.

Altro punto importante, sottolineato dallo scrittore stesso, è che un’immagine, che può non avere nessuna connessione con la realtà, sente il bisogno di essere raccontata, dandole una voce. Raccontare, infatti, serve per capire, eppure non sempre sembra così semplice liberare questi disegni, soprattutto quando di fonte a noi c’è un foglio, una pagina bianca. Van Gogh diceva che la tela bianca lo terrorizzava, ne aveva timore, e così, anche il silenzio può far paura: un’immagine non parla, una fotografia non è un film, è qualcosa di estremamente statico, ritrae un momento congelato nel tempo… il trionfo del silenzio. Proprio in esso, però, si comprendono molte cose. E’ emerso infatti che è molto più difficile mantenere il silenzio che non cercare di coprirlo, così come è molto più facile sentirsi nudi di fronte ad esso, come se qualcuno, semplicemente con uno sguardo, fosse in grado di capire chi siamo, almeno in minima parte. Come la pagina bianca spaventa e la tela bianca terrorizza, così il silenzio può far paura: cominciamo ad accogliere questo vuoto, senza avere la fretta di volerlo colmare (spesso anche con parole senza senso, come ha fatto notare lo scrittore). Con il tempo emergerà dall’interno un qualcosa di più autentico, partorito dal nostro profondo.

L’esperienza del laboratorio  insegna che, per scrivere, bisogna saper creare immagini, bisogna crearle nella mente, non importa se descrivono qualcosa di positivo o di negativo, ma sicuramente è importante descriverle senza troppi giri di parole, perché si parte dall’immagine, poi incomincia la scrittura e da qui incomincia l’ “innamoramento”.

Le classi hanno sperimentato direttamente questo processo di trasformazione di immagini in parole provando ad identificarsi in giovani scrittori, che, seppur ancora inesperti, sono riusciti nell’intento di dar voce a disegni mentali: in ogni storia, dotata di un certo spessore, emozioni e descrizioni sono state raccontate e messe su carta per non andare perdute, perché non è un caso che siano state scritte proprio quelle parole e non altre.

Focalizzarsi su un’immagine

La fotografia può essere letta in maniera molto diversa e da questa osservazione ci si rende conto di come può essere limitata la percezione visiva. Osservando superficialmente l’immagine, la prima cosa che la maggior parte di noi noterà, sarà il nano in primo piano. Con una focalizzazione più dettagliata, si noterà invece la figura di una ragazzina che sembra fissarci (compare proprio sopra il nano). Ecco come ora il nostro sguardo non riesce a distogliersi da questa.

Robert Doisneau

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