• mercoledì , 21 Ottobre 2020

Creator in Youtube, un sogno per la generazione Z

di Federica Rolle

Un articolo del giornalista Andrea Biondi sul sito della prestigiosa testata di economia e finanza Il Sole 24 Ore ha approfondito il fenomeno degli Youtubers sul piano economico e sociale, come nuova figura professionale.

Si dice che la data del 16 gennaio 2018 rappresenti il “prima” e il “dopo” di Youtube, nel momento in cui la piattaforma (fondata nel 2005 e acquisita dopo appena un anno da Google per 1,65 miliardi di dollari) ha ristretto i criteri per far parte dello Youtube Partnership Programme, quello che consente a chi abbia un canale e produca contenuti originali di guadagnare grazie alla pubblicità sui propri contenuti.

Fino ad allora i canali dovevano raggiungere 10mila visualizzazioni totali; dal 16 gennaio servono mille iscritti e 4mila ore di visualizzazioni negli ultimi 12 mesi.

Si è trattato di un’operazione che rappresenta la chiave per far entrare Youtube nella sua terza fase, in cui la piattaforma di Google potrà realmente competere con la televisione tradizionale e con le moderne piattaforme televisive come Netflix ovvero con aziende come Amazon, facendo leva su una sua peculiarità: i creator, come li definiscono in Google, che passano sotto il nome di youtuber, che sono le star per la “Generazione Z”.

La rivista americana Forbes stima che, fra giugno 2016 e giugno 2017, i dieci protagonisti più pagati di Youtube nel mondo abbiano guadagnato 127 milioni di dollari. I primi due sono gamers (DanTDM il cui canale ha 18,4 milioni di iscritti e Vanoss il cui canale ha 22,7 milioni di iscritti). In Italia, le elaborazioni per Il Sole 24 Ore danno una classifica per numero di iscritti che vede al primo posto il gamer conosciuto come Favij (con 4,4 milioni di iscritti), seguito dal duo comico iPantellas (con 3,35 milioni). Si tratta, in questo caso, di giovani fra i 23 e i 28 anni che tutta una generazione di giovanissimi identifica appunto come star.

Le “storie” della youtuber Sofia Viscardi sono approdate al cinema con il film “Succede“. Vi sono poi casi come quello di Michele Bravi o di Frank Matano, che hanno visto un vero e proprio passaggio da youtube allo showbusiness.

E’ difficile stabilire con precisione i guadagni di un creator, che dipendono da pubblicità e azioni varie di marketing, una volta raggiunto un certo livello. L’ipotesi più accreditata è che dalla piattaforma, in media, agli “youtuber vip” vadano mille euro per ogni milione di visualizzazioni, ma la cifra è definita da alcuni sovrastimata, anche perchè le visualizzazioni sono solo uno dei criteri miscelati in un algoritmo, ovviamente, segreto.

È vero che, a livello mondiale, Youtube è ormai una piattaforma con 1,5 miliardi di iscritti, con oltre 1 miliardo di visualizzazioni ogni giorno ed entrate pubblicitarie sempre maggiori: secondo alcuni analisti, i ricavi del 2018 potrebbero attestarsi fra 13 e 15 miliardi di dollari.

Si tratta però di una realtà polarizzata: una ricerca dell’università tedesca di Offenburg ha evidenziato come nel 2006 il 3% dei top youtuber valeva il 63% di tutte le visualizzazioni; dieci anni dopo, nel 2016, i top 3% arrivavano al 90 per cento.

In Italia il panorama si sviluppa fra chi (e sono la assoluta maggioranza) ricava qualche minima somma e una ristretta cerchia che può arrivare a guadagnare 300 o 400mila euro l’anno.

In questo campo non va trascurato il ruolo di altri attori del sistema nato con il fenomeno Youtube: accanto ai creator si sono sviluppati i cosiddetti Multi Channel Network” (Mcn), cioè agenzie che offrono ai creator servizi di marketing e aiuto nella produzione e promozione dei loro contenuti; ne sono un esempio la NewCo management di Francesco Facchinetti e la Newtopia di Fedez e J-Ax, che creano piattaforme di videosharing in grado di facilitare l’accesso al pubblico.

L’importanza di queste agenzie è notevole: aiutano gli youtuber a creare format, fanno parte di un network e si scambiano visualizzazioni e sono inoltre una “centrale di business” che smista richieste di clienti importanti; investire sugli youtuber per un brand significa entrare in contatto con la loro community, coesa e sempre attiva, andando così a capitalizzare il talento creativo dei creator.

Il celebre duo Youtube chiamato “The Show”, seguito da 2,1 milioni di follower, deve il suo successo all’intuizione secondo cui in Usa il format delle candid camera, rivisitato nella forma dell’esperimento sociale, funzionava bene online; da qui è nata l’idea di partire, con un taglio per altro imprenditoriale.

Secondo molti studiosi, è questa la “terza vita” di Youtube, che arriva dopo la prima età del self generated content e della seconda fase in cui la piattaforma si è trasformata in una “enciclopedia visiva” dei nostri tempi. La terza vita è proprio quella dei creator rispetto ai quali le agenzie e delle regole più stringenti per la monetizzazione saranno centrali.

Youtube, in definitiva, vuole oggi far crescere creator in grado di produrre contenuti di qualità, partendo da basi di profitto economico solide. Il punto di arrivo è una sfida alla tv tradizionale, attraverso lo sviluppo della Youtube Tv, già presente in Usa ma non in Italia e destinata in futuro a dominare nel mondo della “domanda di video”.

Il tema su cui riflettere è: da sempre, anche nell’antichità, per emergere nella società occorre possedere e dimostrare doti particolari e talento; pensatori e filosofi, poeti e letterati, politici e generali hanno fondato i loro successi su capacità tali da distinguerli. Questo vale anche per gli artisti in ogni forma di arte, compresi il cinema, la televisione, la radio, a partire dal teatro.

Ci si deve chiedere se questo canone valga ancora oggi di fronte al fenomeno degli Youtuber oppure se davvero la piattaforma Youtube sia riuscita addirittura a stravolgere un caposaldo dei rapporti economici e sociali, ma soprattutto culturali fra gli uomini.

Pressochè chiunque, di qualunque età e generazione, si è imbattuto almeno una volta in un canale Youtube ed ha potuto constatare come, in sostanza, nessuno dei caratteri tradizionali dell’arte e dell’espressività possa di solito ritrovarsi nei protagonisti dei format e dei prodotti dei cosiddetti creator.

Ci si interroga allora se un creator sia un artista in grado di stravolgere i metri di giudizio e di valutazione che per secoli, per non dire millenni, sono stati validi oppure se si sia in presenza di un fenomeno effimero, destinato a scomparire nel volgere di pochi anni.

La risposta è ardua. Entra in gioco il problema della sottocultura e del modesto livello culturale che sta forse prevalendo e pervadendo le ultimissime generazioni. Desta comunque impressione il dato economico per cui giovani creators che non dimostrano obiettive doti artistiche né comunicative, nel senso tradizionale, ottengano un successo di popolarità ed economico tale da farli assimilare a svariati personaggi famosi di ogni era e di ogni disciplina.

L’uomo è sempre alla ricerca della novità e deve aprirsi al nuovo, così come è vero che, di fronte a novità sconosciute, possano emergere perplessità, diffidenza e resistenze da parte delle generazioni formate su una tradizione diversa e consolidata, ma è doveroso chiedersi se i prodotti proposti da molti degli Youtubers di grido, che pure calamitano introiti pubblicitari sempre maggiori, meritino la fama e il successo, oltre al ritorno economico, che l’articolo de Il Sole 24 Ore descrive.

L’umorismo e la stessa improvvisazione, per esempio, sono espressioni artistiche che richiedono grandi doti, solide basi, una preparazione approfondita e un talento – come si usa dire – cristallino.

Appare francamente difficile riscontrare questi elementi sul popolare canale comunicativo Youtube e sembra ancor più difficile comprendere come possano questi contenuti fare addirittura concorrenza alla televisione, per non dire ad una rappresentazione teatrale, ad un concerto oppure ad un film d’autore.

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