• giovedì , 18 Luglio 2019

L’ovale di pace

di Tommaso Laurora

Il 6 Luglio scorso i Crusaders, squadra di rugby neozelandese, hanno vinto per la terza volta consecutiva (e decima nella loro storia) il campionato di super rugby. La finale, disputata contro la compagine argentina dei Jaguars, si è conclusa con il risultato di 19-3 a favore dei neozelandesi.

Oltre ai vari festeggiamenti, tra cui l’immancabile “momento break-dance” del tecnico Scott Robertson, a creare scalpore è stata una dichiarazione di Sam Whitelock, capitano dei Crusaders. Quest’ultimo, durante l’intervista nel post-partita, ha annunciato che la società sta valutando la possibilità di cambiare nome a seguito dell’attentato alla moschea di Christchurch del 15 marzo scorso.

La squadra, che gioca proprio nella città dove ha avuto luogo l’attentato, avrebbe infatti ricevuto molte critiche a causa dei numerosi riferimenti alle crociate. Mai prima d’ora era successo che un fatto di cronaca rendesse improvvisamente inopportuni nome e simbolo di un club sortivo.

“Per quanto riguarda il nome, capiamo tutti i dubbi che sono emersi. Per noi il nome Crusaders è un riflesso dello spirito guerriero della comunità. Ciò per cui ci battiamo è il contrario di quanto è successo a Christchurch: la nostra crociata è per la pace, per l’inclusione e per lo spirito di comunità” afferma l’AD della società.

Dal giorno dell’attentato anche il cerimoniale di inizio partita ha subito delle modifiche , in quanto prevedeva l’ingresso in campo di figuranti con spade e una croce sul petto.

Non è però la prima volta che il nome Crusaders crea problemi. Già nel 2009 in Inghilterra, una squadra di cricket fu costretta a modificarlo in “panthers” a seguito delle proteste delle comunità musulmane ed ebraiche.

Questa vicenda va sicuramente oltre il rugby e i suoi valori, tra i quali il rispetto.

1995, il Sud Africa ospita i mondiali di rugby. Il periodo dell’apartheid è terminato da appena tre anni e nell’aria si respira ancora una fortissima tensione tra la popolazione bianca e quella nera. L’80% degli abitanti era di colore e la squadra sudafricana era composta da 25 giocatori bianchi su 26: la nazionale veniva dunque spesso fischiata. Mandela vide però nel rugby un’occasione per riavvicinare le due parti e riunificare il paese. 

Dopo un colloquio con il capitano, Francois Pienaar, Nelson portò la squadra a visitare Robben Island (la prigione) e poi fece imparare a memoria l’inno nazionale per la popolazione nera. Il mondiale ebbe inizio e la nazionale sudafricana vinse una partita dopo l’altra, pure la finale contro la Nuova Zelanda, laureandosi così campione del mondo. Festeggiarono il trionfo tutti, la vittoria era di una nazione e non più di una delle due parti. Mandela era riuscito nel suo intento.

John Carlin nel suo libro “Ama il tuo nemico” scrisse: “Per decenni, Mandela aveva combattuto per tutto quello di cui i sudafricani bianchi avevano paura, e la nazionale era il simbolo di tutto ciò che i neri odiavano di più. Adesso, davanti a tutto il paese e a gran parte del mondo, questi due simboli si sono fusi fra di loro, fino a crearne uno nuovo, giusto e costruttivo”.

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