• domenica , 15 Dicembre 2019

I rifiutati del mare

di Mariano Piazza

Negli scorsi giorni ha tenuto banco in tutte le principali testate giornalistiche il tentativo di attracco al porto di Lampedusa della nave Sea Watch con a bordo quaranta disperati migranti libici e tunisini. La capitana tedesca Carola Rackete, volontaria tedesca di una Ong, dopo diciassette giorni in mare, con un atto di imperio, ha attraccato al molo di Lampedusa ed è stata arrestata dalla Guardia di Finanza con l’accusa di resistenza e violenza contro una nave da guerra e tentato naufragio. Il giudice per le indagini preliminari, successivamente, ha deciso di non convalidare l’arresto scatenando le ire del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, mentre l’opinione pubblica, in generale, ha solidarizzato sia con i migranti che con la capitana trentunenne a cui però è stato recapitato un provvedimento di allontanamento con accompagnamento alla frontiera italiana.

Ebbene, questa vicenda mette ancora una volta in evidenza un dramma che si trascina ormai da diversi anni: il fenomeno dei migranti provenienti dalla Siria e da altri Paesi africani e asiatici sta diventando un problema sempre più importante e rilevante dal punto di vista economico e sociale per l’intera Europa che continua a non attuare una politica unitaria e seria nell’affrontare questa situazione. I particolarismi di ciascuno Stato e gli individualismi dei diversi governi europei mettono a repentaglio vite umane e disperdono risorse ed energie nel non attivare politiche di integrazione efficaci.

Inoltre, è in progressivo aumento il fenomeno dell’immigrazione clandestina, derivante dal fatto che disperati scappano di nascosto dai loro paesi in guerra o in preda a evidenti carestie e cercano di allontanarsi il più possibile dalle loro origini, in preda alla fame e all’orrore delle loro vite nei paesi in cui sono nati e cresciuti.

Fin dai tempi antichi, le migrazioni rappresentavano un modo per gli abitanti di Paesi poveri di raggiungere Paesi più ricchi per permettere loro e alle loro famiglie una vita più agiata e con meno difficoltà. Gli stessi italiani, soprattutto gli abitanti delle regioni meridionali, sono stati protagonisti di un’importante migrazione nei primi anni del Novecento, ma anche successivamente, verso l’America o l’Australia, in cerca di un riscatto economico. La cosiddetta “Questione meridionale”, purtroppo, non dava sbocchi lavorativi e opportunità economiche alla gente che aveva voglia di lavorare e costruire qualcosa di significativo per sé e le proprie famiglie.

Ora, però, al giorno d’oggi la situazione sta diventando più complessa, in quanto, come sottolineano le vicende di cronaca, non trascorre un giorno che migranti clandestini con nulla da perdere, provenienti soprattutto dalla Siria o dai Paesi africani del Sahara, si imbarchino in situazioni estreme, senza cibo ed acqua, con donne incinte e neonati, stipati su motoscafi o traghetti, correndo rischi elevatissimi, fino alla morte, molto probabile o quasi certa, nel Mare Mediterraneo. Il loro è un viaggio di disperazione e speranza verso la libertà, un lavoro, una casa, la tranquillità; un sogno che purtroppo s’infrange nel momento stesso in cui toccano terra perché comincia spesso purtroppo un nuovo calvario, quello dell’indifferenza e dell’intolleranza verso lo straniero.

Questo fenomeno, ovviamente, peggiora durante i mesi estivi ed il cosiddetto “viaggio della speranza”, nella maggior parte dei casi si trasforma nell’ultimo viaggio terreno.

E’ un ricordo che fa sempre male, il pensiero del bambino siriano Aylan, sdraiato a faccia in giù sulla sabbia di una spiaggia turca, in riva al mare, morto con la sua mamma ed il fratellino durante il naufragio che doveva portarlo via dal suo Paese in guerra e farlo arrivare in Canada dagli zii tramite l’Europa. Un altro ricordo terribile e più recente è la foto della bimba e del papà salvadoregni, morti al confine tra Messico e Stati Uniti, annegati nel Rio Grande, nel disperato tentativo di attraversare il confine, evitando il muro fatto costruire dal Presidente americano Donald Trump. Sono a faccia in giù, immersi nell’acqua di un canneto sporca di fango e il braccio della bimba è ancora allacciato al padre, quasi a farsi proteggere fino all’ultimo. Questa foto è destinata a diventare il simbolo della tragedia dei migranti dal Centro America ed è l’ennesima immagine che dovrebbe fare pensare i potenti della terra, per evitare morti di questo tipo: non esiste una politica concertata di apertura al prossimo, condivisione di princìpi umanitari per alleviare la sofferenza di interi popoli oppressi dalle guerre e da dittature violente e disumane.

Il problema è che come Aylan e la bimba salvadoregna, centinaia di altri bambini (non fotografati) sono morti ed il bilancio continua a peggiorare, perché le guerre continuano e le carestie anche.

Inoltre, guardando i telegiornali, le notizie di cronaca si susseguono l’una all’altra, tutte uguali: si parla anche molto dei profughi che decidono di arrivare in Europa non per mare ma su terra, nascosti nel retro o sotto il carico di camion, guidati da aguzzini che si sono fatti pagare per portarli “in salvo” in Italia, Germania, Francia: nella maggior parte dei casi, purtroppo, muoiono, privi di aria e senza acqua e cibo e chi arriva in un Paese più sicuro, rischia di essere rimandato indietro.

Molti giovani, o almeno i più coscienziosi e aperti al prossimo, dovrebbero soffermarsi sempre più a pensare che cosa sarebbe meglio fare se si fosse a capo di un Paese europeo: “rispedire i clandestini” a casa o cercare di integrarli nella realtà sociale del Paese ospitante. In realtà è un vero dilemma, perché in molti casi già in Europa esiste un serio problema di ricerca del lavoro da parte degli stessi cittadini europei e purtroppo il numero crescente di immigrati in cerca di una sistemazione, anche lavorativa, non può che peggiorare e rendere irrisolvibile il problema. Molto spesso è la criminalità organizzata internazionale a gestire l’ingresso di tali clandestini e pertanto alla reale difficoltà di aiutare gli immigrati, rimane crescente il problema della relativa delinquenza che ne potrebbe derivare, in quanto molti di loro potrebbero essere inseriti nel mondo criminale e sfruttati nel campo della prostituzione, spaccio di droga, lavoro nero…).

Gli operatori di Amnesty International e di altre organizzazioni umanitarie, tra cui la stessa ong tedesca di cui fa parte la capitana della Sea Watch attraccata a Lampedusa, parlano di problemi “ideali” da risolvere, intendendosi più che altro l’ospitalità da offrire agli immigrati nelle case, nelle parrocchie, nei cosiddetti centri di accoglienza che peraltro dovrebbero essere monitorati con costanza e con la collaborazione di volontari che si prendano carico, in effetti, dei problemi di questa povera gente. In realtà, la cronaca racconta di numerosi casi di vessazioni nei centri di accoglienza, dove la parola solidarietà e condivisione sono solo usate per parlare magari alle Nazioni Unite o al Parlamento europeo da dove, invece occorrerebbe avere dei progetti unitari e di ripartizione equa tra tutti i Paesi senza paventare la chiusura dei confini o il principio della “tolleranza zero”.

E’ molto difficile trovare una soluzione a questa reale catastrofe e solo una cooperazione internazionale dei Paesi più sviluppati, potrebbe almeno “alleviare” la situazione; lo stesso trattato di Shengen, in uno dei suoi articoli, riconosce l’obbligo di ospitalità da parte del Paese dove chiedono asilo i migranti e di conseguenza, per l’Italia potrebbe essere un vero problema, dal momento che migliaia di disperati, soprattutto durante il periodo estivo, cercano di attraccare sulle nostre coste.

Molto spesso, occorrerebbe soffermarsi su quanto sia importante la solidarietà umana e sociale nei confronti di persone che hanno perso tutto, sono lontane dai loro Paesi e non hanno nulla da mangiare. Dall’altra parte, ogni tanto può prevalere lo spirito egoistico dell’essere umano che dibatte sul fatto che tante persone, in preda anche alla disperazione ed alla fame, possano iniziare a delinquere, compiendo furti, rapine e altri crimini. A questo punto, solo accordi presi a livello di governo tra i Paesi sviluppati europei potranno risolvere almeno per qualche mese questa immensa piaga. Ogni paese dovrebbe riuscire ad accollarsi questi “fardelli” in misura proporzionata al loro progresso e alla loro ricchezza interna.

In ogni caso, nell’era contemporanea sono sempre maggiori i divari tra Paesi ricchi e Paesi poveri e purtroppo le guerre sono perlopiù presenti proprio negli stati con più problemi. La guerra, in generale, è un pensiero devastante anche nel terzo Millennio e le civiltà non si sono evolute a tal punto da far propendere i popoli per una vita più pacifica, che potrebbe portare benessere e serenità.

E’ dovere dei giovani provare a vivere in un mondo più solidale e tollerante. Probabilmente gli odi razziali, le guerre di religione e l’avidità di alcuni popoli (caratteristiche sempre esistite, almeno a cicli nella storia primitiva, ma anche moderna), devono in qualche modo alterare l’equilibrio di Paesi già deboli, portandoli nel baratro e nella disperazione. Questi Paesi in cui perdurano i conflitti costringono le proprie genti a scappare e a cercare asilo in Paesi considerati più civili: il problema è a monte, nei Paesi incivili e a valle, nei Paesi civilizzati, che non sono organizzati nel gestire una politica sociale di apertura al prossimo.

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