• venerdì , 23 Ottobre 2020

Una nuova Elena a Siracusa

di Daniela De Zen

Quest’anno sulla scena del prestigioso palco di Siracusa a fare da protagonista è stata la tragedia di Euripide. Tema della cinquantacinquesima edizione del festival del teatro classico: le donne e la guerra. Le tragedie scelte sono state “Le Troiane” ed “Elena”, a cui è stata affiancata la commedia “Lisistrata” di Aristofane. Se la rappresentazione della prima tragedia è stata, nonostante la particolare scelta di alcuni costumi, la scenografia e altri effetti scenici, senza dubbio tradizionale e con qualche taglio ma filologicamente fedele al testo originale, lo stesso non si può dire dell’”Elena”.

Molto particolare è già la tragedia originale in sé. La famosa Elena di Sparta, responsabile con la sua fatale bellezza della decennale e catastrofica guerra di Troia, non è mai stata rapita dal principe Paride, il quale, obnubilato dalla divinità, non si rende conto di tornare a Troia con uno spettro perfettamente uguale alla giovane, che in realtà viene portata dal dio Hermes in Egitto, alla reggia del re Proteo. Una distesa di acqua ricopre l’intera scena. L’acqua rimanda al mare, luogo di guerra e protagonista dei nostoi, i ritorni dei grandi eroi dalla guerra. Ma anche al mar Mediterraneo odierno, scenario dei viaggi della speranza di infinità di stranieri, non solo accolti all’epoca dei Greci, ma come sottolineato dal regista, considerati sacri persino agli occhi degli dei.

 Elena viene trasportata sul palco grazie ad una poltrona di pelle nera automatica, in un lungo e scintillante abito da sera. Forse a raffigurare la gabbia d’oro in cui è rinchiusa: con tutti gli agi e le comodità della nobiltà, Elena è comunque trasportata da forze maggiori, costretta a subire gli eventi, accusata ingiustamente di essere responsabile di un male immenso. L’urlo pacifista di un Euripide esasperato dalla guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) che poco tempo prima della messa in scena dell’”Elena”era ricominciata, si sente ancora forte e vicino, duemila anni dopo. La causa di una guerra inutile ed evitabile, un fantasma. A subirne gli effetti senza avere voce in capitolo o possibilità di agire, una donna. Debole, sola, colpevole.

A contrastare la distinzione del messaggio e delle intenzioni (fedeli al pensiero euripideo) v’è la poca chiarezza nell’assemblaggio della scenografia, nelle troppe contaminazioni da generi diversi e nei numerosi elementi anacronistici, di difficile interpretazione. Il riconoscimento tra Menelao, giunto in Egitto dopo la guerra, ed Elena è stato molto romanzato e caricato, sfociando quasi in una commedia romantica. Il coro di schiave è stato sostituito, eccezion fatta per la corifea, da uomini in una lunga gonna nera, certamente di grande impatto dal punto di vista coreografico. A nunzi e soldati interpretati da donne in abito da sera come Elena, si affianca la figura di Teoclimeno, figlio di Proteo intenzionato a sposare Elena, agghindato come un nobile del settecento, probabilmente a sottolinearne la vacuità e l’ingenuità. La sorella Teonoe, sacerdotessa con doti profetiche, è presentata come una cantante lirica, tipica immagine veneranda ma allo stesso tempo bizzarra agli occhi contemporanei, come tutta l’arte divinatoria degli antichi.

Alla fine i due nobili coniugi escogitano un piano per sfuggire a Teoclimeno. Elena inventa una tradizione greca per cui il rito per coloro che sono morti in mare sia da compiere in nave. Il figlio di Proteo viene così ingannato e concede alla fanciulla di onorare Menelao, che crede morto. Ma Menelao, travestito, sale sulla nave e insieme scappano alla volta della Grecia. Finale positivo nella tragedia originale, ma decisamente modificato dal regista. Sullo schermo posto come sfondo alla scenografia compare l’immagine di un’Elena vecchia che grida disperata mentre sulla scena tutti cadono a terra. Elena rimane sola. Finale aperto e pieno di interrogativi. Probabilmente l’invecchiamento non è dato dal tempo. È la consunzione di una donna divorata dal senso di colpa, la cui bellezza sfiorisce e lascia spazio alla morte e alla solitudine. Tutte le vite spezzate che pesano inevitabilmente su una donna innocente.

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