• sabato , 7 Dicembre 2019

La fatica di faticare

di Sara Montarolo

“Il coraggio e la perseveranza possiedono un talismano magico di fronte al quale le difficoltà scompaiono e gli ostacoli svaniscono nel nulla” ha affermato John Quincy Adams.

Salvo Anzaldi, giornalista torinese, è affetto da una malattia di origine genetica, che causa un difetto nella coagulazione del sangue, l’emofilia, diagnosticatagli piuttosto tardi, all’età di otto anni e mezzo. Eppure, nonostante le grandi difficoltà che la malattia porta con sé, Salvo non si arrende, e con una tenacia degna di pochi, riesce a correre la celebre maratona di New York, di 42,195 km, e a coronare tutti gli sforzi di una vita; questa impresa, afferma, non lo fa sentire un eroe, bensì un privilegiato, con il dovere di raccontare . Ecco perché scrive il libro “Nato per non correre” nel quale racconta come si possano oltrepassare i limiti mentali e fisici, che diventa un inno alla caparbietà, alla determinazione e alla rivincita.

Gli sforzi e la determinazione di Salvo spiccano come pennellate di colore su una tela bianca in un mondo in cui la pigrizia e la mancanza di forza di volontà regnano sovrane, dove un comodo divano diventa l’allettante meta sognata da tutti. Ogni atto non compreso nella solita, statica, banale routine quotidiana, appare agli uomini come uno sforzo assolutamente al di sopra delle proprie capacità, quindi facilmente declinabile in un’azione  ritenuta “meno faticosa”. Questa metamorfosi, che rende completamente immuni da qualsiasi fatica fisica o mentale, non interessa solo gli adulti, ma pian piano colpisce anche la popolazione adolescente.

Molti riconoscono come principale causa di questa inerzia motoria e mentale il famigerato sviluppo di Internet, che, facilitando la vita quotidiana, impedisce ai giovani di sviluppare qualsiasi capacità di risolvere da sé i problemi, rendendoli pigri e privi di invettiva. Tale situazione a lungo andare porta ad una totale ignavia. Coloro “che mai non fur vivi”, descrive Dante gli ignavi nel III canto della Divina Commedia. E così stanno diventando i giovani millenials: la parola “fatica” produce in loro una gravissima sintomatologia, che si manifesta con l’aumento della sudorazione, l’apparizione di un preoccupante pallore e l’insorgere delle vertigini, il cui unico rimedio sembra consistere nello sdraiarsi o nell’appoggiare le proprie natiche su una superficie morbida, preferibilmente un divano o un letto.

La verità però è che, nonostante Internet abbia sicuramente una parte di rilievo in questa condizione di ribrezzo nei confronti di sforzi e fatica, tuttavia la vera causa non è altro che la paura di mettersi in gioco. Si opta sempre per la strada più semplice, quella che meno di tutte richiede sacrificio ed affaticamento, perché si teme di non essere all’altezza della sfida da affrontare. La pressione che la società esercita sui giovani, riguardo al raggiungimento di traguardi prestabiliti, è talmente elevata che il terrore di non farcela prevale sulla soddisfazione dell’ipotetica vittoria.                                     

“Il più grande sbaglio nella vita è quello di avere sempre paura di sbagliare” dichiarò una volta Elbert Hubbard, ed è ciò di cui gli adolescenti non si rendono conto, a causa della patina di paura di non farcela che ricopre i loro occhi. Lo standard decisamente troppo alto che vige nella società, se su alcuni ha l’effetto di spronarli a fare meglio, su altri produce l’effetto inverso. È questo gruppo di giovani che, per proteggersi da un fallimento che credono di non poter sostenere, evita gli sforzi pensando che questa sia l’unica strada per  vivere senza delusioni.

L’unico rimedio a questa “epidemia di paura” non è  abbassare gli standard, ma riuscire a regalare ai giovani un po’ di fiducia in sé stessi, in modo da spronarli a raggiungere un qualsiasi obiettivo, di bassa, media o alta difficoltà. In questo modo, qualsiasi fattore esterno diventerà stimolante per la loro crescita, il compiere sacrifici e sforzi sarà il metodo migliore per mettere alla prova se stessi e, in caso di sconfitta, la risposta immediata non sarà arrendersi, ma riprovarci.

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