• mercoledì , 5 Agosto 2020

La ragazza blu

Esiste un’ ampia fetta di mondo in cui continua si continua a vivere nell’ignoranza e dove le donne risultano essere degli individui di valore diverso, e minore, rispetto agli uomini e per questo motivo vengono pesantemente discriminate e costrette quotidianamente a violenze fisiche e psicologiche.

Le donne che vediamo in televisione o nelle fotografie dei giornali, interamente intabarrate nelle loro vesti e con il velo che copre i loro visi ci fanno immaginare una realtà diversa dalla nostra, con un mondo femminile completamente sottomesso a quello maschile.
C’è stata sicuramente una certa evoluzione negli ultimi anni e le donne hanno assunto ruoli pubblici e professionali proibiti in passato, ma la tradizione vuole una donna considerata inferiore all’uomo resiste tuttora.

Generalmente tale discriminazione avviene soprattutto in famiglia, dove la disparità tra figli maschi e femmine si misura anche attraverso le regole di spartizione di un’eventuale eredità: quando un padre muore, l’erede maschio ha diritto a un lascito due volte maggiore rispetto a quello di una figlia femmina. Per viaggiare o per spostarsi all’estero, alle donne è richiesto il consenso del padre, di un tutore o del marito, che può impedire loro di lasciare il Paese in ogni momento.

Tali atteggiamenti discriminatori verso le donne caratterizzano in generale i paesi di religione musulmana e raggiungono la loro massima espressione in un paese come l’Iran Negli ultimi anni la società iraniana ha avviato diverse trasformazioni sociali. Tuttavia abusi, stupri, molestie e violenza domestica, quasi tutte pratiche impunite, sono ancora diffuse in tutto il Paese. L’Iran è l’unico paese al mondo in cui una legge introdotta nel 1979 vieta alle donne di entrare allo stadio, o più in particolare sancisce la separazione tra i sessi nei luoghi pubblici.

Nonostante siano stati fatti negli ultimi anni dei piccoli passi avanti del lento progresso del Paese, le donne ad oggi non hanno il diritto di praticare sport considerati maschili a causa di motivazioni religiose. Eppure, valorose ragazze iraniane continuano a lottare per permettere alle proprie figlie di poter avere in futuro una realtà migliore, garantendo ad esse la possibilità di prendere parte ai mondiali di calcio femminili, così come alle competizioni sportive tradizionalmente maschili.

A livello sportivo, il sentimento patriottico è molto forte quando gioca la nazionale di calcio o nel momento delle Olimpiadi. Proibire la partecipazione sportiva in alcune discipline al genere femminile per motivi etici, religiosi o razziali, è sbagliato e rimanda a tempi bui. La posizione dello stato iraniano pone degli interrogativi molto seri sul bilanciamento dei diritti umani e accerta come, ancora oggi, la donna in alcune culture sia discriminata in merito a convinzioni religiose consolidate che non hanno più ragione di essere. La speranza è che lo sport aiuti l’Iran a superare questa diatriba che ha portato milioni di donne a manifestare il proprio dissenso.

Tali ingiuste leggi non hanno però impedito negli ultimi anni ad alcune donne coraggiose e ribelli di un regime antifemminista e antidemocratico di trasgredire e compiere alcuni gesti estremi, divenendo di fatto un esempio da seguire per l’emancipazione femminile in Iran. Tra queste devono essere ricordate Niloufar Ardalan che, nel 2005, decise di assistere a una partita di calcio della nazionale maschile. O Elham Asghari che nel 2013, nonostante fosse costretta a gareggiare con l’hijab, riuscì a battere ogni record, nuotando per 18 km nel Mar Caspio. O come Masih Alinejad, in esilio tra Londra e New York, che nel 2014 ha lanciato «My Stealthy Freedom-The right for individual Iranian Women to choose whether they want hijab (il diritto individuale delle donne iraniane di scegliere se volere l’hijab)». Nato come una pagina Facebook che invitava le donne a postare foto di loro stesse senza velo, il sito ha attirato migliaia di Like e l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Nel 2015, il Geneva Summit for Human Rights and Democracy le ha conferito il premio Women’s Rights Award, per «aver dato voce a chi non ha, stimolando la coscienza degli esseri umani a sostenere la lotta delle donne iraniane per i diritti fondamentali, la libertà e l’uguaglianza».

La notizia che da oggi alle donne sarà consentito di entrare allo stadio per molti è da ricercare nella tragica storia di una ragazza 29enne, diventata simbolo della protesta dell’emancipazione femminile, che ha pagato con la morte la rivendicazione del suo diritto di essere trattata al pari di un uomo.

La ragazza si chiamava Sahar Khodayari, ma oggi ha il soprannome di “Ragazza blu”. Blu è il colore della squadra che tifava, l’Esteghlal, che Sahar è andata a vedere allo stadio travestendosi da uomo. È stata condannata a sei mesi di carcere, ma davanti al tribunale che doveva processarla si è data fuoco, ed è morta lo scorso 11 settembre in ospedale. Ci è voluto il suo suicidio a scuotere la FIFA, che ha minacciato la squalifica dell’Iran se non avesse aperto lo stadio alle donne.

In caso contrario, ci sarebbero state conseguenze gravissime, quali l’esclusione dalle competizioni per le qualificazioni ai mondiali. A tutti gli effetti, il divieto di ammissione delle donne allo stadio è una violazione delle regole della Fifa per le squadre che partecipano a eventi calcistici internazionali. L’articolo 4 del suo statuto infatti stabilisce che la discriminazione di qualsiasi tipo nei confronti di un gruppo di persone è “severamente vietata e punibile con sospensione o espulsione”.

La finalità di questa iniziativa è quella di lanciare un messaggio di solidarietà alle donne iraniane, mettendo in luce i profondi valori che lo sport insegna instaurando un clima di coesione, esultanza e rispetto soprattutto tra culture diverse.

Anche se adesso l’Iran è guidato dal presidente moderato Hassan Rouhani, eletto per due mandati consecutivi, grazie al quale si inizia a camminare verso il miraggio dell’uguaglianza tra i sessi, ancora esiste una profonda disparità quando si parla di matrimonio, divorzio, affidamento e custodia dei figli, o della semplice frequentazione dei luoghi pubblici. Le donne non ortodosse posso essere punite con multe e carcere a partire dai nove anni, età a partire dalla quale le bambine sono spesso obbligate a matrimoni forzati, in cui per altro lo “stupro coniugale” non è considerato reato. Negli ultimi anni (poche) leggi hanno iniziato a cambiare la situazione, ma è ancora lungo il percorso da compiere: la possibilità delle donne di andare allo stadio, per seguire la Nazionale di calcio, è l’ultima legge che consente al sesso femminile di salire uno scalino verso il sommo vertice – maschile – della società.

Bisogna sottolineare certo che è stata la FIFA a promuovere la legge, minacciando la squalifica della squadra delle competizioni internazionali. Alle donne è stato aperto un settore da quasi 4000 posti, ma ancora separato da quello degli uomini: la società quindi ha posto un tetto di vendita di biglietti per le donne, ancora differenziando i due sessi. Sarebbe bello credere che sia una presa di consapevolezza da parte delle autorità iraniane: senza dubbio l’immagine di donne con la bandiera del loro paese nelle tribune dello stadio di Teheran è potente e impattante in tutto il mondo. 

Se in alcuni paesi si parla del riconoscimento del professionismo per le calciatrici, in altri si devono ancora compiere passi da gigante anche in altri campi, che comprendono la parità salariale nel lavoro (anche in Italia), o le pari opportunità a livello educativo, fino all’uguaglianza dei diritti civili stessi.

A tal proposito basti solo ricordare che fino alla fine degli anni ’80 quasi tutti i premi in denaro che venivano erogati dalla Federazione Italiana i piazzamenti degli atleti ai Mondiali, alle Olimpiadi o in Coppa del Mondo erano differenziati per gli uomini e le donne. Per queste ultime era previsto che i premi in denaro subissero una decurtazione del 30% rispetto a quelli previsti per gli uomini per i medesimi piazzamenti.

In Occidente la vita delle donne è migliorata nel corso dei secoli grazie a leggi che tutelano i loro bisogni e i loro diritti, ma nei paesi orientali, e soprattutto nei contesti islamici, la mentalità e i costumi, ancora molto legati alla tradizione, rendono la loro esistenza tutt’altro che facile.

Ritornando nel contesto dello sport come strumento stesso di emancipazione femminile non si può non constatare che le donne hanno finalmente potuto prendere parte a tutte le discipline olimpiche, raggiungendo la piena parità sportiva con gli uomini solo dopo un lungo percorso iniziato secoli prima e terminato con l’Olimpiade di Londra 2012.

L’emancipazione femminile delle donne Iraniane deve passare dallo stadio, ma è fuori da esso, nelle istituzioni, che c’è bisogno di scrivere ulteriori pezzi di storia. In Iran il rapporto delle donne con il calcio è specchio del pensiero e della cultura della società, e lo sport deve diventare uno dei canali per il progresso anche nel campo delle disparità tra uomini e donne.

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