• venerdì , 30 Ottobre 2020

L’economia italiana post Covid

di Alice De Nardis

Nell’ultimo secolo, dopo essere stata gravemente colpita dalle conseguenze delle due Guerre Mondiali, l’Italia ha subito seri danni economici a causa della Crisi del 2008-9. Non essendosi ancora del tutto ripresa deve ora affrontare la situazione critica nella quale si trova a seguito della pandemia di Covid. L’economia globale ha registrato una forte contrazione, e risulta dunque evidente che gli effetti su un sistema economico già danneggiato in precedenza, quale quello italiano, possano rivelarsi deleteri. 

Pur essendo la terza più grande economia dell’UE, i prospetti economici del Paese sono tutt’altro che rosei: basti pensare che solamente nel primo trimestre del 2020 il PIL è calato del 4,7% e il fatturato complessivo dell’industria ha registrato un calo del 6,6% (la peggior variazione rispetto al 2019, relativa all’ambito dei trasporti, è stata di -55,4%), come rivelato dall’ISTAT. Un altro dato allarmante riguarda il già alto tasso di disoccupazione nella penisola: si stima che nel primo trimestre del 2020 siano stati persi 101 mila posti di lavoro. Se si considera poi l’ingente debito pubblico del paese, per via delle spese relative al Covid si prospetta un aumento circa del 20% rispetto all’anno scorso, passando dal 135% al 155% del PIL.

La riduzione della domanda (e quindi della produzione) di beni e servizi, a livello sia globale che nazionale, ha avuto forti ricadute sul sistema bancario. Il panorama economico italiano è costituito principalmente da piccole o medie imprese, la maggior parte delle quali a gestione famigliare, e tutte dipendenti dai finanziamenti bancari. Il calo dell’industria ha reso pressoché impossibile per il sistema bancario italiano sostenere il finanziamento di tali imprese, creando dunque un serio problema nella distribuzione della liquidità, cui il governo Conte ha tentato di rispondere con il cosiddetto decreto-liquidità. Questo ha potenziato il Fondo di garanzia per fare fronte alle esigenze di liquidità delle imprese; l’accesso è stato semplificato, le coperture della garanzia aumentate e il numero di beneficiari ampliato. Nonostante ciò, il decreto non è risultato efficace, soprattutto in quanto l’istruttoria bancaria richiesta dalla norma impiega tempi troppo lunghi e non compatibili con le immediate necessità dell’imprenditoria.

In questa situazione tutt’altro che rosea, l’unica possibile via d’uscita sembrava essere quella di accettare l’aiuto dell’UE attraverso il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità). Detto anche Fondo salva-Stati, è un’organizzazione internazionale che funge da fondo finanziario per la stabilità economica europea. Il dibattito sull’accettazione del MES si protrae ormai da mesi, esacerbato anche dalle crescenti tensioni anti europeiste. Di norma, in effetti, ricorrere al fondo significherebbe dover sottostare alle cosiddette “linee di credito”, ovvero dei vincoli imposti dal MES allo Stato richiedente, che prevedono tagli al deficit, ristrutturazione del debito e alcuni altri interventi economici da attuare al fine di ripagare il prestito. Tuttavia, nella situazione attuale tali vincoli si annullerebbero, con l’unica condizione che i fondi siano utilizzati per rispondere all’emergenza sanitaria. Ne consegue che l’Italia potrebbe giovare ampiamente di questo prestito per far fronte alle spese sanitarie, una delle cause primarie dell’attuale crisi, e muoversi verso una ripresa economica più rapida. Nonostante ciò, il governo ha deciso di rifiutare tale aiuto in quanto “inadeguato e insufficiente” per le esigenze del Paese, stando alle parole del Premier Conte nella conferenza stampa del 6 aprile. Il Premier si è dichiarato contrario all’adesione al MES con le condizionalità. Con l’utilizzo del fondo, l’Italia sarebbe infatti sottoposta a una “sorveglianza rafforzata” da parte della Commissione europea.

Sebbene i dubbi riguardanti l’adesione al fondo siano chiari, non si può dire lo stesso al riguardo delle manovre alternative al MES previste dal governo per salvaguardare il futuro economico del Paese. Lo Stato versa in una condizione di incertezza economica e finanziaria, e il governo non ha reso note le proprie intenzioni sul risanamento di tale crisi. Avendo rigettato il MES, non rimane che cercare altre vie per ricavare i fondi necessari per la ripresa economica, e a questo proposito si è parlato, per esempio, di una riduzione delle imposte sui titoli di Stato. Forse questa potrebbe essere la reale via d’uscita? La risposta non è al momento certa. Certo è però che, senza un’azione tempestiva volta alla ripresa economica, l’Italia si troverà presto in condizioni economiche non risanabili.

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