• lunedì , 26 Ottobre 2020

Il tunnel degli orrori

di Giorgia Scarabosio

Galeno di Pergamo definì il malessere riguardo alla perdita del piacere legato al cibo come dovuto ad un eccesso di bile nera che salendo al cervello causa una “condizione di melanconia”. Nonostante si trattasse di desueta medicina greca, uno dei protagonisti di questa antica tradizione affermò qualcosa di fondamentale: l’anoressia, nonché la perdita di benessere derivante dalla ricerca del cibo e dalla sua assunzione, è correlata ad uno stato mentale insano e dolente.

Sin dall’antichità ad ora il digiuno era ed è dovuto spesso a questioni religiose e spirituali per espiazione e purificazione, politiche per protesta ed anche a scopo medico, dai digiuni ascetici alle sufragettes rinchiuse nelle carceri inglesi.

Questa pratica tanto adoperata si è lentamente trasformata insieme ad altre in un simbolo di malessere, soprattutto giovanile, forse complice di una società dove la bellezza è spesso associata alla magrezza.

Lo psichiatra francese Marcè nel 1860 definì la patologia come un “disordine dello stomaco”, quando il vero disordine si trova in realtà in testa.

Ma che si tratti di anoressia nervosa o bulimia o tutto l’insieme dei DCA, pur sempre si parla di qualcosa che negli ultimi decenni ha riscontrato un boom incredibile, probabilmente anche per la maggior consapevolezza di tali problematiche, coscienza che d’altronde non sempre è presente.

Per protesta, per violenza, per amore, per bellezza, per pressione: non si può puntare il dito contro un’unica causa, spesso sono molteplici i fattori scatenanti, quelle piccole scintille che fanno cadere molti degli adolescenti di oggi, durante un periodo che si riconosce già di suo come complesso, in un vortice di dolore altrettanto complicato. Momenti, mesi e anni di sofferenza e senso di vergogna, dove la via d’uscita è un punto lontano e fioco che a mala pena si intravede, una calma dopo la tempesta che sembra in realtà non finire e che magari mai finirà, un incubo dove è la malattia a cibarsi ma non il malato. Si deteriora il fisico e la mente ne fa in misura doppia le spese, si guastano i rapporti con amici, parenti e sé stessi, si altera la visione della realtà e le prospettive a lungo termine diventano semplici ricordi mentre sacrifici e pazienza si fanno largo in famiglia. La caoticità delle moderne città e metropoli sommata all’estremizzazione del “io sono il mio fisico” ed alla pressione delle sempre più grandi responsabilità sono forse queste le cause universali che poi si declinano in situazioni e casi diversi dove nasce quella patologica conflittualità con il cibo.

Come ogni malattia è una lotta, uno scontro che si può vincere come perdere, ma come molti malesseri è subdolo, sguscia fuori senza preavviso dopo essere maturato per bene nei recessi della mente. Ma poi, spesso dopo aver toccato il fondo, arrivano le cure, la terapia, i medici e la comunità: luoghi d’appoggio, mezzi per guarire, persone con cui condividere una battaglia comune, spazi dove potersi arrestare ed avere l’occasione di ripartire da capo, perché in fin dei conti se c’è qualcosa che per l’uomo moderno è davvero difficile è sapersi fermare.

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