• sabato , 23 Ottobre 2021

L’era di Hoover

di Margherita Finello

Nel marzo 2017, a margine delle elezioni presidenziali americane, fece grande scalpore la riapertura di un’indagine avviata dall’FBI su alcune e-mail di Hillary Clinton.

Secondo molti il metodo adottato dal capo dell’FBI, James Comey, sembra un’eccezione alla prassi della sua organizzazione, volta a inguaiare uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Chi segue queste vicende intravede dietro il suo profilo la stessa tattica adottata da Hoover.

Probabilmente a molti il nome John Edgar Hoover risulta sconosciuto, ma in realtà si tratta dell’uomo che, per quasi mezzo secolo, ha dominato la scena politica americana intorno alla metà del ‘900. Hoover fu il fondatore del Federal Bureau of Investigation, noto come FBI o semplicemente, come lo chiamava Hoover, il Bureau, di cui fu a capo per 48 anni.

Nato a Washington nel 1895 e laureatosi nel 1916 in giurisprudenza alla George Washington University, John Edgar Hoover entrò nel Ministero della Giustizia un anno dopo la laurea. In questo periodo trascorse sei mesi alla Biblioteca del Congresso, dove imparò il sistema di catalogazione di archivi bibliotecari, che poi utilizzerà nella sua futura carriera da direttore dell’FBI.

Nel 1917, in seguito alla rivoluzione bolscevica in Russia, si diffuse in America la paura del comunismo, tanto che l’allora presidente Wilson autorizzò l’arresto di tutti gli stranieri sospetti, senza processo; il ruolo di Hoover all’interno del Ministero della Giustizia fu quello di controllare che la filosofia comunista non si diffondesse tra i lavoratori americani. Nei due anni successivi, fino al 1919, fece arrestare migliaia di migranti russi con l’accusa di bolscevismo. Da quel momento in avanti la lotta al comunismo divenne l’obiettivo primario di Hoover.

Nel 1919 entrò nel BOI, Bureau of Investigation, a capo della Radical Division, con lo scopo di individuare, arrestare e deportare tutti coloro che avevano idee di sinistra, non solo di nazionalità russa ma anche cittadini americani.

L’ascesa vertiginosa della sua carriera lo portò nel 1924 a essere nominato capo del BOI, a quell’epoca una delle tante agenzie federali americane, composta da non più di 600 uomini tra agenti, amministratori e funzionari. La prima decisione di Hoover, una volta a capo del BOI, fu quella di licenziare le uniche tre agenti donne e di vietare l’impiego di donne, ispanici, persone di colore, omossessuali ed ebrei. Inoltre mise in moto un processo di rivoluzione di quello che era il sistema del Bureau, istituendo l’archivio delle impronte digitali, i laboratori scientifici per analisi del sangue, di elementi chimici e di raccolta di prove per i processi in tribunale, e perfezionò l’addestramento degli agenti, trasformando nel 1935 il BOI nel famoso FBI, Federal Bureau of Investigation.

In quegli anni la fama di Hoover si diffuse molto velocemente non solo negli Stati Uniti, ed egli diventò un uomo potente. Dal giorno in cui si sedette sulla sedia di capo del BOI, iniziò a raccogliere informazioni, sia veritiere che di gossip, su giornalisti, attori, industriali, imprenditori, capi della polizia dei vari Stati e soprattutto importanti uomini politici, catalogandole nei suoi archivi privati.

Tra la fine degli anni ’20 e gli inizi degli anni ’30, periodo della grande depressione, e con la diffusione in America del proibizionismo, nacque la corrente del gangsterismo, che provocò un’ondata di rapine, rapimenti e stupri che mise sotto scacco la società americana. La notorietà di Hoover accrebbe notevolmente quando la sua squadra di agenti armati riuscì, in uno scontro a fuoco, a catturare i quattro gangster più famosi: Machine Gun Kelly, Baby Face Nelson, Pretty Boy Floyd e John Dillinger, il cosiddetto “pericolo pubblico numero uno”. Il successo ottenuto lo portò ad essere denominato “first policeman of America”.

Tuttavia è con due casi degli anni ’30 che Hoover raggiunse probabilmente l’apoteosi del suo potere come figura di riferimento degli americani di protettore della giustizia: il caso di baby Lindbergh e il massacro di Kansas City.

Figlio del primo aviatore americano a traversare l’oceano Atlantico, Charles August Lindbergh, di soli due anni, fu rapito il primo marzo del 1932 dalla propria casa. Nonostante il pagamento del riscatto ai presunti rapitori, il bambino venne ritrovato morto vicino alla casa il 12 maggio dello stesso anno. Affidate le indagini al BOI, gli agenti di polizia incriminarono e condannarono a morte nel 1935 Bruno Hauptmann, falegname di origine tedesche. Le prove su cui si basarono furono una scala di legno usata dal rapitore per raggiungere la finestra della camera del bambino al primo piano dell’abitazione, di manifattura artigianale; un esame grafologico delle lettere di richiesta di riscatto, la cui grafia coincideva con quella dell’accusato; Hauptmann era stato riconosciuto come colui a cui era stato pagato il riscatto di 50.000 dollari. Sebbene queste prove oggi non sarebbero sufficienti per incriminare alcun uomo, all’epoca bastarono per processare e condannare a morte Hauptmann.

Il secondo caso che fece accrescere la fama di Hoover fu quello avvenuto nel giugno del 1933, quando tre agenti di polizia del BOI vennero uccisi presso la stazione di Kansas City durante il trasporto dell’evaso Frank Nash. I cospiratori, Pretty Boy Floyd, Vernon Miller e Adam Richetti assaltarono i poliziotti per far fuggire il prigioniero, che tuttavia morì insieme ai poliziotti nello scontro a fuoco. Solo in un secondo momento, grazie alle indagini del BOI e di Hoover, i tre cospiratori vennero catturati e processati a morte.

Grazie a questi due casi di risonanza mondiale, accrebbe sempre di più la considerazione del Bureau of Investigation e quella del suo capo, Edgar Hoover, alimentata da un costante interesse da parte dei media nazionali e internazionali.

Nel frattempo Hoover portò avanti anche la caccia ai comunisti, che raggiunse il suo apice quando il presidente Roosevelt, durante la Seconda guerra mondiale, diede il compito all’FBI di proteggere gli Stati Uniti da nemici esterni. Hoover, che definì il comunismo “un’epidemia che infetta la nazione Americana”, negli anni ’50 tenne sotto stretta sorveglianza migliaia di cittadini, che talvolta vennero poi condannati dalla Commissione per la repressione di attività antiamericane, diretta dal senatore Joseph McCarthy. Questo fu reso possibile anche grazie all’autorizzazione che Hoover ricevette dal presidente Roosevelt di intercettare telefonicamente chiunque senza dover richiedere alcun permesso.

Non sempre però l’FBI seguì dei metodi ortodossi per svolgere le proprie indagini. Ne è un esempio lo scandalo dell’attrice statunitense Jean Seberg, rimasta incinta di un uomo che non era suo marito. Si è conservata una lettera mandata dall’FBI ad un gruppo giornalistico americano, che conteneva la richiesta di pubblicare la notizia sui giornali nazionali in via del tutto anonima. Questo per screditare l’attrice in quanto simpatizzante dei Black Panthers (le Pantere Nere, l’equivalente dell’attuale Black Live Matters), movimento progressista che Hoover disprezzava.

Nel 1953, negli anni della Guerra Fredda, la Russia minacciò l’America di essere in possesso della bomba atomica. Accrebbe così l’avversione nei confronti dei comunisti rossi, che sfociò nel famoso caso Rosenberg: i due coniugi, Ethel e Julius Rosenberg, vennero accusati, processati e condannati a morte. Il fratello di Ethel, David Greenglass, che lavorava a Los Alamos al progetto Manhattan, ovvero un programma di ricerca e sviluppo in ambito militare tra i più importanti d’America, dichiarò di aver consegnato dei documenti segreti provenienti da Los Alamos a Julius, e che fossero stati copiati a macchina da Ethel, incriminando i due coniugi di essere spie sovietiche. Nonostante l’assenza di prove, i due coniugi vennero condannati a morte e soltanto nel 2008 si scoprì che Julius fosse effettivamente una spia russa, ma che il materiale mandato alle forze sovietiche non fossero segreti di primaria importanza ma semplicemente dei disegni su radar difensivi e artiglieria; Ethel invece era innocente. Tutte le indagini vennero seguite dall’FBI sotto stretto controllo dello stesso Hoover. Questo spiega come ormai tutti i tribunali d’America prendessero per buone le informazioni dell’FBI, sia che fossero vere ma anche false o costruite.

Sempre in piena Guerra Fredda, nel 1959, Hoover diede inizio al programma “COINTELPRO”, che durò fino all’anno prima della sua morte, nel 1971. Esso permise all’FBI di infiltrarsi in tutte le tipologie di organizzazione che venivano considerate sovversive, come il Movimento per i Diritti Civili di Martin Luther King e il Ku Klux Klan, e in quelle operazioni militari dette Covert operations, ovvero “operazioni segrete”. Vennero raccolte sempre più informazioni, collezionate nei famosi “dossier individuali” di Hoover, su politici (Malcolm X, Martin Luther King), intellettuali (Hemingway, Steinberg), artisti (Picasso) e attori (Marilyn Monroe). Le informazioni di Hoover – talvolta vere, talvolta costruite – vennero da lui utilizzate per mantenere il suo potere e il suo titolo di capo del Federal Bureau of Investigation, per ottenere risorse per l’FBI – sotto la sua direzione l’organizzazione crebbe da 600 dipendenti a più di 6000 agenti operativi, senza contare le centinaia di amministratori, analisti, segretari – e per proteggersi contro le voci di omosessualità.

Sette presidenti, malgrado odiassero fortemente Hoover, non riuscirono a toglierlo dalla sua carica di capo dell’FBI: Hoover, Roosevelt, Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson e Nixon. Rimase quindi a capo del Bureau per 48 anni, nonostante il limite massimo fosse di soli 10. L’unico presidente che cercò di arginare il potere di Hoover, senza però riuscirci, fu JK Kennedy, che mise a capo del Ministero della Giustizia, a cui l’FBI doveva rispondere, il proprio fratello, Bob Kennedy.

Vi sono delle prove documentali che accertano che Hoover avesse dei rapporti con la Mafia, in particolare con uno dei tanti boss, Frank Costello. Quest’ultimo, in cambio della protezione dell’FBI nei processi contro la mafia, che nella maggior parte dei casi non venivano nemmeno conclusi, aveva dato ordini all’organizzazione mafiosa che Hoover, ovunque nel Paese puntasse sulle gare di cavalli, preferito passatempo del capo del Bureau, non dovesse mai pagare i debiti di gioco. La benevolenza di Hoover nei confronti della Mafia era probabilmente dovuta al fatto che Frank Costello avesse delle prove fotografiche della sua omosessualità con il vicecapo dell’FBI, Clyde Tolson, e della sua tendenza a travestirsi da donna. Inoltre, gran parte delle informazioni che Hoover catalogava nei suoi dossier privati arrivavano probabilmente da mafiosi.

Hoover venne trovato morto per cause naturali nella propria camera da letto la mattina del 2 maggio 1972. In meno di due ore dalla scoperta del corpo il suo ufficio e i suoi dossier personali vennero messi sotto chiave per ordine del suo vice, Tolson, del Ministro della Giustizia e del presidente Nixon, e tutti i suoi documenti sono tutt’ora stipati negli archivi del Federal Bureau of Investigation.

La grandezza di Hoover consiste nell’aver capito già nel 1924 l’importanza dell’informazione, da cui la sua celebre citazione: “L’informazione è potere”. Questo concetto vale specialmente in una democrazia, poiché con l’informazione si può manipolare l’opinione pubblica. Dove c’è libertà di espressione e quindi di informazione, chi ne possiede di più, secondo una semplice equazione, possiede più potere, a tal punto da tenere in scacco addirittura colui che viene considerato l’uomo più potente al mondo: il Presidente degli Stati Uniti d’America.

Tuttavia l’esasperata ricerca e raccolta di dati si è rivelata un’arma a doppio taglio per lo stesso Hoover: in un primo momento accrebbe la sua fama per i successi ottenuti in molti processi – dei quali l’informazione era l’elemento più importante – tanto da essere considerato un eroe nazionale e “il primo poliziotto d’America”, ma in un secondo momento furono per lui rovinosi in quanto la sua figura venne inevitabilmente associata a quella di un corrotto e di un corruttore.

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