• martedì , 20 Ottobre 2020

"Più Europa!": l'arma contro la crisi

 

Ci scruta dall’alto della posizione privilegiata di cui gode, Edoardo Greppi: sala dei Trecento, Centro Congressi della regione Piemonte, corso Stati Uniti 23. E’ mercoledì 21 novembre e i Valsalicensi, capeggiati da un attivissimo Don Oni, occupano le prime file, armati di inchiostro, taccuino ed entusiasmo.

Nel prendere la parola, il professor Greppi coglie subito nel segno, rivolto ai non pochi dei presenti che, non sentendosi toccati dall’argomento, hanno già deciso di dedicare il tempo dell’incontro ad altre e ben meno futili occupazioni: ripassare materie scolastiche, per esempio, oppure, molto più semplicemente, starsene a pensare. O meglio, a riordinare i propri pregiudizi, sterili luoghi comuni.

Trovano dunque terreno fertile le sue prime parole: “Perchè sentirvi direttamente chiamati in causa quest’oggi? Perchè considerarvi coinvolti in prima persona?” “Perchè, prima ancora che entità geografica dai confini più o meno discutibili, l’Europa è un progetto politico. Il più grande che la compagine di Stati europei abbia mai concepito nella storia. Non più idea aleatoria, mera ipotesi: è la realtà, è il futuro. Che ci piaccia o che non ci piaccia“. Esordisce così, il professore e si scusa se talvolta sarà fin brutale.

Ci stuzzica, forse intuendo che i più masticano poco di politica, sull’arte e la letteratura, campi in cui (ci si aspetta) ci muoviamo un po’ meglio. “Come studiare il gotico italiano ignorando il duomo di Colonia o Notre Dame a Parigi?” oppure “Si può parlare di teatro senza apprezzare Shakespeare e Molière?”

Il collante tra gli Stati europei è il fattore culturale, a scapito della conflittualià che li ha visti l’uno in rotta di collisione con l’altro dalla proclamazione, agli albori dell’età moderna, del “Rex in regno suo imperator est et superiorem non recognoscens”. Il cui punto d’arrivo è stata quella guerra civile europea, combattuta, con la breve interruzione di una ventina d’anni, dal 1914 al 1945. Che chiamiamo, per fornirci un alibi, “le due guerre mondiali”.

Lo strazio dei cinquanta milioni di morti mietuti (trenta dei quali solo in Europa) dalla seconda guerra mondiale e lo sfacelo di un continente che si lecca le ferite di guerra hanno dato l’input ad un processo di pacificazione, culminato del “Never again!”, urlo indignato del gigante europeo.

Tutti quei progetti politici fino a questo momento congelati nell’Iperuranio delle Idee, uno per tutti “Per la pace perpetua” di Kant (1795), hanno iniziato a tradursi in forme concrete di progettualità internazionale.

Dalla volontà di Churchill di una “European fabric” alla dichiarazione Shumann del 1950, si avverte la necessità di una federazione europea su modello americano. Di una integrazione graduale che miri a spogliare i singoli Stati delle loro piccola sovranità, così da poterle conferire ad una istituzione sovrannazionale, in un progetto di più ampio respiro.

Dalla CECA del ’51, di arriva alla CEEA con i Trattati di Roma del ’57 e poi alla CEE. Si assiste, progressivamente, ad un aumento di intensità nei contenuti condivisi dagli Stati membri: il Parlamento europeo del ’79 e il trattato di Maastricht del ’92 a sancire la nascita dell’Unione europea.

Ripercorrendo a tappe forzate il corso dei vari trattati di Nizza, Atene, Lisbona e quant’altro, giungiamo fino ad ora: ventisette Paesi membri, a breve, con la Croazia, ventotto.

Un rapidissimo excursus storico funzionale alla comprensione dei complessi problemi dell’oggi: mercato unico, moneta unica, ma ventisette politiche economico-fiscali. La discrepanza sul piano politico trova una risposta in Carlo Azeglio Ciampi: “Più Europa!”, afferma con forza.

Ci sentiamo poco Europei, ma, in prima battuta, poco Italiani perchè, come afferna il professor Greppi citando Dante, “I Pisan veder Lucca non ponno”.

A ben vedere, tuttavia, il risultato cui siamo giunti, sessant’anni di pace, non è cosa da poco. Alla domanda “Che cos’è, per voi tedeschi, l’Unione europea?” il cancelliere Kohl risponde:

“Mio zio si chiamava Walter ed è morto nelle trincee della prima guerra mondiale.

Mio fratello si chiamava Walter ed è morto in Russia nella seconda guerra mondiale.

Mio figlio si chiama Walter ed è vivo.

Questa, per noi Tedeschi, è l’Europa.”

Poi la parola passa agli studenti, che interrogano il professore: “Che cosa, concretamente, i cittadini, e soprattutto i giovani, possono fare per coltivare uno spirito politico e rinvigorire il concetto di Europa?” Edoardo Greppi conclude con quella che lui stesso definisce una robusta iniezione di ottimismo:

“La scelta  consapevole e ponderata dei nostri rappresentanti. E la scuola è sede privilegiata per lo sviluppo di una capacità critica e di analisi. Che è ciò che nessuna crisi potrà mai portarci via. Prendetevi il futuro nelle vostre mani! Non lasciatevi incantare da chi ama fare facile catastrofismo o da chi banalizza cose complesse.”

Così ci avviamo verso l’uscita, soddisfatti di un incontro così serio e riuscito: una finestra che inizia, cigolando, ad aprirsi sullo scenario europeo.

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