• mercoledì , 21 Ottobre 2020

La differenza che manda in crisi un Paese

Spread: ne abbiamo letto, ce ne hanno parlato, ne abbiamo parlato. Soltanto tra il luglio e l’agosto 2011, 51 titoli di giornale riportavano questo termine. Quasi fosse la stessa essenza della crisi. Quasi bastasse annullare lo spread per cancellare la crisi. Come per magia. C’è però un dettaglio che ci si dimentica di considerare: lo spread esisteva già prima della crisi, semplicemente non se ne parlava.

1995: lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi raggiunge il massimo storico di 675 punti base. Erano gli anni che seguivano la crisi del ’92 – ’93, gli anni dell’inflazione. Anni in cui l’euro non era neanche un’utopia. 1998: Carlo Azeglio Ciampi definisce i due centesimi di punto dello spread un “risultato storico”. Il 23 dicembre dello stesso anno l’Italia dava quattro punti di spread alla Germania. Ma era un’Italia che aveva appena abbracciato l’unità monetaria di un continente. Negli anni a seguire lo spread aumenta quasi in modo irrilevante, mentre il Paese si muove incerto sulla via della crescita economica.

spread

13 novembre 2006: lo spread raggiunge i 24 punti e l’anno si chiude con 25: sull’Italia incombe lo spettro dell‘emergenza elettorale – e non è un anacronismo -. Si mostrano l’incertezza e l’incapacità decisionale italiane che all’estero si traducono in inaffidabilità: gli investitori stranieri si allontanano, lo spread sale. La crisi dei mutui subprime porta lo spread a 31 punti base. E’ il luglio 2007. E mentre in Italia il governo Prodi cede il passo a Berlusconi e nell’aria si avverte odore di crisi internazionale, lo spread silenzioso s’impenna: 40, 50, 72, 92. “Ma è la fuga verso la qualità”, “è la crisi”. In Italia non ci si pone il problema.

2009: lo spread tocca i 170 punti. La Lehamn Brothers è ormai in bancarotta, l’Italia è in crisi, l0 spread in crescita, fedele alla crisi. Il 2010 è l’anno dell’illusione, della ripresa con PIL in positivo (+1,8%) e spread stabile sui 100-150 punti, è il miraggio nel deserto. Ma come ogni miraggio prima o poi svanisce.

Andamento dei rendimenti di btp italiani e bund tedeschi con il relativo spread dal 2011

2011: in sei mesi l’inesorabile aumento dello spread batte record su record: 200, 300, 400, 500 fino a toccare il picco dei 575 punti a novembre. “Siamo sull’orlo del baratro” afferma Emma Marcegaglia, mentre il terzo debito pubblico al mondo (dopo Stati Uniti e Cina) grava sulle spalle degli Italiani: ancora crisi. Biennio 2012-2013: lo spread retrocede, placa la sua ascesa. L’Italia è corsa ai ripari: tasse, commissioni straordinarie, contromisure.

Inizio 2014: l’esultanza incredula degli Italiani davanti a uno spread fermo sui 200 punti. Ma la crisi non è finita. Non è solo merito dell’Italia se lo spread è sceso. Lo spread è un indicatore relativo ai titoli tedeschi: con la Germania in negativo lo spread scende senza che gli Italiani muovano un dito. Se nel 2011 lo spread rifletteva la gravità della crisi, oggi non si può dire lo stesso. Lo spread ci parla della fine di una crisi che vive ancora, più debole di prima ma non certo finita. La crescita economica non parte dai numeri. Parte dai fatti.

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