• mercoledì , 21 Ottobre 2020

Stoner, il miracolo della rivoluzione silenziosa

1910. Un giovane contadino lascia la casa dei suoi genitori su un carro e giunge all’università del Missouri, per frequentare la facoltà di agraria. Due anni dopo, la sua vita prende bruscamente una svolta. Ora di letteratura. Il professore recita davanti ad uno Stoner impietrito un sonetto di Shakespeare, prima di interpellare l’allievo di fronte a tutta la classe. È la scintilla, il punto di svolta. La letteratura ha fatto breccia dentro di lui. Stoner abbandona gli studi e intraprende la facoltà di lettere, si laurea, ottiene un posto come insegnante e fa dell’università la sua nuova casa, affrancandosi definitivamente dalla vita nei campi. Insegnerà fino alla sua morte, senza mai lasciare l’università.

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La vita di William Stoner appare chiara fin dalle primissime righe. Nessun successo professionale, nessuna speranza di mantenere vivo il ricordo di sé negli studenti, tanto meno nei colleghi. Un uomo invisibile, dalla storia già scritta, un romanzo che mette subito in chiaro la totale assenza di eccezionalità. Una fine inevitabile, tanto che lo stesso Stoner sembra rassegnarsi al suo destino quasi con indifferenza, senza opporsi allo scorrere del tempo e alla delusioni della vita. Questo drammatico aspetto di inevitabilità del romanzo è sottolineato dallo stesso stile dell’autore, estremamente schietto, scivoloso e dirompente. Egli liquida in poche frasi anche gli avvenimenti più tragici, senza soffermarsi su nulla e lasciando al lettore una sensazione di compiutezza incompleta, un volere di più pur avendone abbastanza. Il dramma di Stoner vive nella mente piuttosto che sulla carta. E forse è proprio la schiettezza del racconto, la verità accompagnata da una tremenda nota di disillusione ad affascinare il lettore e a spingerlo a divorare il libro pur conoscendone la fine.

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È una storia semplice, quasi invisibile, che racconta la bellezza dell’essenzialità, il fascino della mediocrità e la “quasi felicità” di una vita quasi vissuta. Stoner ha conosciuto l’amore, e ha amato con tenerezza e con passione, nonostante e forse proprio in forza della consapevolezza del venir meno di ogni persona e di ogni cosa.

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È la semplicità ciò che incanta di “Stoner”, e l’incredibile bravura dell’autore che rivela tutto dell’uomo senza mai dire esplicitamente nulla. Egli riesce a raccontare l’interiorità del protagonista pur affidando tutta la narrazione ad uno stile quasi puramente contemplativo. Descrive la vita di Stoner senza mai analizzarne apertamente la psiche, riuscendo ad arrivare alla più intima profondità. Il miracolo di una rivelazione silenziosa, nascosta nei particolari della vita di tutti i giorni. L’autore stronca fin da subito il suo personaggio, definendolo incapace di capire sé stesso, quasi uno spettatore della propria vita. Eppure così facendo spiana la strada ad un’analisi senza precedenti. Stoner dice di non comprendere sé stesso, eppure fa in modo che il lettore lo comprenda perfettamente. La sensazione che si avverte è quella di un uomo che, estraniato da sé stesso, si racconta. Ed è per questo che, a mano a mano che si procede con la lettura, il romanzo cambia colore, e la voce narrante acquista un timbro più secco, cavernoso, fino a trasformarsi completamente nella voce del protagonista, eclissando del tutto lo scrittore. È William Stoner a raccontare la sua storia, in terza persona proprio per la sua difficoltà nel dire “io” e nell’entrare in sé stesso. All’improvviso il libro che il lettore tiene tra le mani si trasforma nel consunto volume dalla copertina rossa che cade “nel silenzio della stanza” alla morte del suo autore.

Aprì il libro, e mentre lo faceva, il libro smise di essere suo”.

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