• giovedì , 26 Novembre 2020

Fanelli, le professeur

di Sofia Boetti e Diego Venturini

Un anno all’estero alle spalle, il professor Marco Fanelli è tornato in cattedra a Valsalice, tra Classico e Scientifico, per la gioia dei suoi fans-allievi. Davanti a un panino speck e scamorza nel bar della piazzetta sopra l’Istituto, racconta volentieri il suo soggiorno a Parigi.

In che cosa è consistita la sua attività lavorativa nella capitale francese?

Ho vinto una borsa di studio alla Sorbona e fatto un anno esclusivamente di ricerca, approfondendo un argomento che non ha nulla a che fare con la scuola: lo studio di manoscritti e codici bizantini. Lì la disponibilità di materiali è grandissima.

Com’è nata questa sua passione? La sua è una scelta particolare all’interno degli studi classici.

Da diversi fattori. Innanzitutto per una motivazione personale, i miei genitori sono entrambi di Bari e lì fin da bambino ho avuto sotto gli occhi la parte bizantina della città, che mi ha sempre affascinato. Poi, ho seguito all’Università un corso di letteratura bizantina che mi è molto piaciuto. Infine, ha contato la curiosità che mi ha sempre suscitato questo mondo inesplorato, che ha ancora aree vergini: infatti lo studio della grecità classica è molto più diffuso rispetto a quello della grecità bizantina.

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E’ un campo dunque interessante.

E’ un’attività di ricerca di confine, ma che può cambiare le teorie e modificarle grazie alla scoperta di nuovi testi.

L’esperienza parigina l’ha cambiata?

Sì, probabilmente sono meno timido, il mio carattere in questo si è rafforzato. All’inizio, non conoscendo bene la lingua, sono stato obbligato a mettere da parte la timidezza, che mi avrebbe creato una barriera. Anche nella vita pratica ho imparato a cavarmela meglio.

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Guardando l’Italia dall’estero se ne sentono di più i pregi o i difetti?

L’immagine che abbiamo da fuori e che si percepisce è stereotipata e quindi evidenzia automaticamente più i difetti che i pregi.

Ma in Francia cosa pensano del nostro paese?

Non ne abbiamo parlato in generale, ma riguardo al sistema universitario italiano i colleghi francesi si stupivano della mancanza di sbocchi e di possibilità di trovare un lavoro e una stabilità. E del fatto che da noi ci siano così pochi investimenti soprattutto nelle facoltà delle materie umanistiche.

I Francesi sono migliori di noi?

Certamente c’è un’efficienza maggiore. Ad esempio, quando ero a Parigi hanno dovuto spostare un’intera ala della mia facoltà per ristrutturarla e hanno impiegato soltanto quindici giorni per farlo. Qui da noi ci avrebbero messo almeno un anno. Però gli italiani sono migliori in altre cose. Nel Greco, per esempio. Ho conosciuto dottorandi che avevano una conoscenza della bibliografia enorme ma quando si trattava di tradurre un testo greco originale non erano praticamente in grado di farlo, perché nel liceo francese è opzionale. Insomma, hanno bisogno di noi.

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Era lì nel giorno degli attentati del 13 novembre?

In realtà il momento non l’ho vissuto perché ero tornato a Torino il giorno prima. Però ho vissuto la reazione. Il lunedì, al mio rientro, ho trovato una città cambiata. Tre esempi: ho preso la metro in centro e non c’era nessuno. Un panorama spettrale, una situazione incredibile per Parigi. Poi, i tavolini dei caffè all’aperto, in genere pieni di gente anche d’inverno, completamente deserti. Infine  vedere la gente che si bloccava per la tensione, terrorizzata, ogni volta che si sentiva il suono di una sirena. Questa è stata la reazione di pancia, immediata, delle persone. Con il tempo, pian piano, è tornata la normalità.

Certo anche per lei è stata comunque una brutta esperienza.

Sì. Pensate che un mio amico professore con cui avevo lavorato a Venezia ogni tanto mi telefonava chiedendomi: “Fanelli, tutto bene? Sei ancora vivo?”.

Cambiando discorso ma neppure troppo, com’è vissuta l’integrazione in Francia, dove ci sono molti stranieri di diverse religioni? Ha notato delle differenze rispetto all’Italia?

Dipende dagli ambienti in cui vivi. La vita dell’università fa persino impressione, con gente che viene da tutto il mondo, cinesi, coreani, siriani, egiziani: lì vedi davvero il cosmopolitismo in azione. Fuori invece è molto diverso. I francesi sono affabili e cortesi, ma la disponibilità all’inclusione è un’altra cosa, è un’altra cosa essere ospitali: questo è più un tratto nostro, mediterraneo. Se non sai il francese sei proprio tagliato fuori, le persone quasi non ti rispondono. All’inizio, come dicevo, anch’io ho avuto difficoltà linguistiche, e i primi a venirmi incontro sono stati degli oriundi greci, mediterranei quindi. Questa nell’insieme è stata la mia impressione.

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Parigi è una città che offre molte opportunità culturali. Ha potuto coglierne qualcuna durante il suo soggiorno?

No, perché studiavo tutto il giorno e spesso anche la sera. Mi sono detto che non dovevo fare turismo ma sfruttare al meglio l’occasione che mi era stata data. Ho visitato dei musei, certo, ma ho goduto di più  delle passeggiate in giro per la città. Questo non vuol dire che io non abbia visto l’enorme fermento che c’è, basta notare i cartelloni che ovunque pubblicizzano gli eventi culturali. Se hai una passione, a Parigi trovi sempre il modo di coltivarla.

Se dovesse descrivere con un aggettivo questo anno a Parigi?

Rivitalizzante. Non nel senso che prima mi mancasse qualcosa, ma per il fatto che mi ha aperto delle altre “finestre”, ho vissuto un’esperienza completamente diversa rispetto a quello che ho sempre fatto.

Quanto le è mancato Valsalice e il rapporto con gli allievi?

I primi mesi tantissimo, sentivo una forte nostalgia, mi chiedevo “cosa ci sto a fare qui?”. A me piace stare tra i ragazzi, ridere, scherzare e a volte anche fare la paternale: mi stimola. Là all’inizio mi domandavo che cosa mi potesse stimolare. In un posto nuovo ti senti escluso e ti escludi anche tu; abbattuto il diaframma della lingua, è stato tutto più facile.

Quale insegnamento le ha regalato questa esperienza, quale suggerimento per i suoi studenti?

Uno non molto originale: imparare una lingua, sul posto. Studiare una lingua straniera qui in Italia serve soltanto per farsi una base, ma la sostanza sta nell’uso quotidiano e continuo. Anzi, meglio impararne due.

 

 

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